Mondo
22 gennaio, 2026La vita in Palestina è scandita da linee immaginarie, sempre mobili. Prima era verde, ora è gialla, ma la funzione è la stessa: favorire il controllo militare israeliano. Aumentano i nuovi insediamenti e i destini della Striscia e della Cisgiordania iniziano a convergere
Nelle giornate d’estate, i tetti delle case palestinesi accolgono tutti i raggi del sole che sono in cielo. Giovani donne stendono panni e lenzuola, con l’accortezza di non affacciarsi per non mostrarsi agli occhi curiosi dei passanti. Di sera quei tetti si trasformano: divengono un rifugio, un grande divano sul quale la famiglia si rilassa, assaporando il soffio del vento fresco dopo una giornata torrida. Sedie disposte in cerchio, un tè fumante in mano, il suono del gorgoglìo del narghilè che fa da colonna sonora. Potevo vedere le altre famiglie, sui tetti più bassi, sorseggiare lo stesso tè alla salvia e ridere di antiche storie. Potevo vedere le finestre delle case aperte, le tende danzare al ritmo del vento. Mi perdevo ad ammirare il profilo del villaggio. Ascoltavo i miei zii, i miei cugini parlare. Quando volgevano il loro sguardo a quello stesso profilo, li sentivo pronunciare la parola “al-khatt al-akhdar”, la linea verde. Non sapevo bene cosa fosse e non potevo di certo chiedere il significato. Ne parlavano con una certa familiarità, come se fosse una vecchia conoscenza, una presenza così visibile. Allora la cercavo con gli occhi. Le luci verdi dei minareti che si confondevano col luccichio delle stelle mi parevano quella linea. Nella mia testa, infatti, bastava unire quei puntini affinché prendesse forma.
Crescendo, scoprii che con l’armistizio del 1949 fu concepita una linea di demarcazione temporanea, chiamata “green line”, poiché, per disegnarla sulla mappa, i negoziatori utilizzarono una matita di colore verde. Con gli anni, finì per diventare una linea di confine, accettata a livello internazionale. Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, con l’annessione di Gerusalemme Est e l’occupazione della Cisgiordania, Israele ha di fatto annullato la linea verde, rendendola così parte delle logiche di occupazione dei territori palestinesi.
A tre mesi dal 10 ottobre e dalla firma del falso accordo di pace, è sempre più evidente che la “yellow line” non è altro che sorella gemella della green line. Presentata come strumento necessario per gestire il graduale ritiro delle forze israeliane, sembra essere il presupposto per un’occupazione permanente da parte di Israele. L’area a Est della linea è sotto il controllo totale dell’esercito israeliano, un’estensione della zona cuscinetto, anche definita zona militare, “danger zone”, dove continua di fatto la pulizia etnica. Recenti immagini satellitari hanno rivelato che le forze israeliane hanno iniziato a riposizionare i blocchi di cemento gialli che delimitavano la linea. Dal 53 per cento iniziale, la zona occupata è passata al 56 per cento.
Gaza e Cisgiordania, due realtà prima così diverse, cominciano ora a somigliarsi. Da settembre 2025 l’esercito israeliano ha costruito 13 nuovi insediamenti militari a Est della yellow line, che si aggiungono al sistema di infrastrutture e avamposti già esistenti. Se da un lato qualche analista ha parlato di gazificazione della West Bank, è vero anche l’inverso: sta avvenendo una cisgiordanizzazione di Gaza.
Ma nessun giornalista internazionale può documentare ciò che sta avvenendo nella Striscia, perché il governo di Tel Aviv, l’8 gennaio 2026, ha rinnovato il divieto di accesso indipendente ai giornalisti stranieri. Il procuratore rappresentante dell’esecutivo sostiene che la tregua a Gaza è oggetto di «continue minacce» e quindi, per motivi di sicurezza «non deve essere autorizzato» l’ingresso di reporter.
Questa decisione, anticipata dal ministro della Difesa Israel Katz, continua dunque a privare il mondo di una testimonianza diretta sulle infrastrutture dell’occupazione in continua espansione e sulle condizioni umanitarie drammatiche nell’enclave. Secondo le autorità sanitarie di Gaza, dall’entrata in vigore della tregua, oltre quattrocento palestinesi sono stati uccisi in episodi riconducibili ad azioni israeliane, con migliaia di feriti. Conteggi indipendenti hanno documentato una sequenza continua di violazioni, che includono sparatorie, raid mirati, colpi di artiglieria e attacchi aerei. Molti di questi si concentrano attorno alla linea gialla.
Basta infatti avvicinarsi a essa per errore che si viene uccisi. Questo il destino del piccolo Nasser Shamia: il 10 dicembre 2025, Euro-Med Human Rights Monitor ha documentato l’uccisione del sedicenne a Jabalia. Inizialmente colpito alla testa da un drone quadrirotore, il ragazzo è rimasto in terra sanguinante, a circa 50 metri dalla linea gialla, senza che nessuno potesse raggiungerlo a causa dei continui colpi d’arma da fuoco. Pochi minuti dopo, testimoni oculari raccontano che un bulldozer militare israeliano è avanzato verso di lui e lo ha deliberatamente investito mentre era ancora vivo, spaccandogli il corpo in due e facendolo a pezzi. Muoiono così i giovani ragazzi a Gaza, uccisi mentre si avvicinano per errore a una linea invisibile e in continuo movimento, muoiono gli anziani perchè la fame è una morsa che non ha pietà, muoiono i bambini che di notte provano a proteggersi dal freddo pungente, ma quello penetra dentro le loro piccole ossa in modo così profondo e insidioso da ucciderli. «Non è un’emergenza meteorologica, ma il risultato diretto del blocco e dello stop alla ricostruzione», ha dichiarato un portavoce della Protezione civile, sottolineando come decine di migliaia di persone vivano in tende di plastica senza sicurezza né dignità. A oggi, 25 persone, tra cui sei bambini, sono morte nella Striscia di Gaza a causa del freddo.
Intanto, l’8 gennaio, un nuovo rapporto Onu ha dichiarato un peggioramento della situazione in Cisgiordania a partire dal dicembre 2022. «Che si tratti di accedere all’acqua, andare a scuola, correre all’ospedale, visitare familiari o amici o raccogliere olive, ogni aspetto della vita dei palestinesi in Cisgiordania è controllato e limitato dalle leggi, dalle politiche e dalle pratiche discriminatorie in Israele», denuncia l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Turk. «È simile al tipo di sistema di apartheid che abbiamo già sperimentato». Esperti indipendenti delle Nazioni Unite avevano già descritto la situazione nei territori palestinesi occupati come «apartheid», ma questa è la prima volta che un Alto commissario delle Nazioni Unite usa questo termine. E l’apartheid non è altro che una linea invisibile, una ormai insistente linea verde, o una giovane linea gialla, che demarca il confine tra due sistemi di vita completamente diversi.
L’apartheid consente a chi lo mette in atto di criminalizzare e attaccare tutti gli spazi dell’altro. Non solo spazi geografici, ma anche e soprattutto spazi culturali. In questo contesto, il 6 gennaio 2026 è avvenuto un blitz all’università di Birzeit, a Nord di Ramallah. Un’operazione che, secondo numerosi testimoni e fonti indipendenti, segna un passaggio ulteriore nel rapporto tra forze israeliane e spazi universitari palestinesi. Secondo quanto riferito dall’amministrazione dell’ateneo e confermato da fonti sanitarie, nel primo pomeriggio del 6 gennaio 2026 una colonna di veicoli militari ha fatto irruzione nel campus, distribuendo soldati tra le facoltà e le aree comuni. Sono stati utilizzati proiettili veri, granate assordanti e lacrimogeni. Il ministero della Salute palestinese ha confermato che 11 persone sono state trasportate all’Istishari Arab Hospital di Ramallah: tre con ferite da arma da fuoco, tre colpite da schegge e cinque con gravi difficoltà respiratorie.
La presidenza dell’Università di Birzeit parla di un episodio senza precedenti per tempistica e modalità. Avvenuta in pieno orario di lezione, rappresenta un salto di qualità nell’impatto sulla vita accademica quotidiana. L’IDF ha rivendicato l’operazione sostenendo di aver interrotto una «riunione a sostegno del terrorismo» all’interno dell’università. Gli studenti, in realtà, stavano preparando un’iniziativa di solidarietà con i detenuti palestinesi e una proiezione legata al caso di Hind Rajab. Fondata negli anni Settanta, l’Università di Birzeit è il principale polo universitario della Cisgiordania, con decine di migliaia di studenti e una forte tradizione di attivismo. Le liste studentesche, espressione di diversi orientamenti politici, rendono l’ateneo un osservatorio sensibile della società palestinese. Colpire gli ambienti culturali e accademici rientra quindi in un piano più grande, quello di erodere ciascuno spazio palestinese, il pensiero critico, politico, il futuro palestinese in maniera sistemica e inesorabile. Un piano di colonizzazione simile a quello che si sta insinuando nella Striscia di Gaza. Una cisgiordanizzazione alla quale la comunità internazionale assiste in silenzio. Ignora, o sa perfettamente, rendendosi complice, che la colonizzazione, come una metastasi che avanza, è più pericolosa delle bombe. Uccide a poco a poco le cellule che compongono una società, uccide la vita.

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