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29 gennaio, 2026Il giudice distrettuale degli Stati Uniti John R. Tunheim ha emesso una ordinanza restrittiva bloccando - almeno temporaneamente - le operazioni
Un giudice federale ha ordinato all’amministrazione Trump di interrompere arresti ed espulsioni dei rifugiati in Minnesota. Più di 100 migranti che si erano legalmente stabiliti nello Stato sarebbero stati arrestati nelle ultime settimane, secondo il Guardian.
Mercoledì 28 gennaio, il giudice distrettuale degli Stati Uniti John R. Tunheim ha emesso una ordinanza restrittiva temporanea bloccando l’operazione dell’amministrazione del tycoon. Secondo quanto previsto dalla sentenza, le persone attualmente detenute in Minnesota dovranno essere rilasciate immediatamente, mentre chi è stato portato nei centri di detenzione in Texas dovrà essere liberato entro 5 giorni. A questo punto, è facile aspettarsi un ricorso da parte di Trump contro la sentenza.
Il provvedimento arriva dopo un’azione legale collettiva presentata da un gruppo di rifugiati contro la cosiddetta “Operation Parris”, annunciata a inizio gennaio da Trump come un’iniziativa di controllo straordinario basata su nuovi e più rigidi accertamenti nell'ambito dell'immigrazione.
Secondo il dipartimento per la Sicurezza interna, il piano avrebbe coinvolto circa 5.600 rifugiati presenti legalmente nel Paese, ma non ancora in possesso della residenza permanente. I ricorrenti hanno denunciato arresti improvvisi, trasferimenti rapidi fuori dallo Stato di residenza e interrogatori senza preavviso né assistenza legale. Episodi simili, secondo gli avvocati, avrebbero generato paura e panico tra le comunità di rifugiati, già allarmate dalle operazioni aggressive degli agenti Ice nello Stato.
Le organizzazioni per i diritti umani sottolineano che i rifugiati sarebbero sottoposti a controlli approfonditi già prima dell’ingresso negli Stati Uniti, con procedure che possono durare anche anni.
Nella sua decisione, il giudice ha riconosciuto il rischio di un danno irreparabile per i rifugiati coinvolti, citando le testimonianze di “terrore e trauma” riportate nel ricorso. Il dipartimento per la Sicurezza interna non ha commentato per ora la sentenza.
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