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3 gennaio, 2026Il presidente degli Stati Uniti mal digerisce l’autonomia politica di Zelensky, troppo esposto mediaticamente, troppo incline a forzare la mano sugli aiuti, troppo poco controllabile nei momenti di massima pressione. Tradotto: ingestibile. Da qui la richiesta non ufficiale, fatta filtrare attraverso canali informali ma chiarissimi: affiancare a Zelensky un uomo “nostro”
A Washington lo chiamano risk management. A Kiev lo chiamano realpolitik. Altrove, più brutalmente, lo definiscono un commissariamento soft. Perché la promozione-lampo di Kyrylo Budanov a capo dell’amministrazione presidenziale ucraina non sarebbe una semplice scelta organizzativa, ma il tassello mancante di un disegno che parte molto lontano da Bankova Street.
Secondo fonti d’intelligence occidentali, Budanov sarebbe da tempo considerato un profilo “trusted” dagli apparati americani. Non un uomo della Cia nel senso cinematografico del termine, ma qualcosa di più moderno e più efficace: un generale leggibile, prevedibile, compatibile con le linee rosse di Washington. Uno che non improvvisa, che capisce i messaggi prima ancora che vengano recapitati.
Il punto di svolta è arrivato nelle ultime settimane. Trump mal digerisce l’autonomia politica di Zelensky, troppo esposto mediaticamente, troppo incline a forzare la mano sugli aiuti, troppo poco controllabile nei momenti di massima pressione. Tradotto: ingestibile. Da qui la richiesta non ufficiale, fatta filtrare attraverso canali informali ma chiarissimi: affiancare a Zelensky un uomo “nostro”. Non per rovesciarlo. Almeno non subito. Ma per osservarlo, contenerlo, orientarlo.
In cambio, Trump avrebbe garantito copertura politica a Zelensky nel negoziato con Putin, evitando una soluzione punitiva o umiliante per Kiev. Un do ut des classico, da Guerra Fredda 2.0: tu resti al tuo posto, ma io ti metto accanto qualcuno che guarda la mappa dal mio stesso lato del tavolo.
Budanov, in questo schema, è l’uomo perfetto. Popolare tra gli ucraini, rispettato dai militari, temuto dai russi, e soprattutto spendibile domani, se oggi qualcosa dovesse andare storto. Non a caso, dicono le stesse fonti, a Langley il suo nome circolerebbe già da tempo in una cartella dal titolo eloquente: post-Zelensky scenarios.
Il New York Times ha parlato di “potenziale rivale neutralizzato”. Ma neutralizzato per chi? Per Zelensky, forse. Per Washington, invece, il generale resta una polizza assicurativa. Se il presidente tiene la linea, Budanov è il guardiano. Se devia, diventa l’alternativa. Tutto senza colpi di Stato, senza drammi, senza bandiere ammainate. Solo con una lenta, chirurgica traslazione di potere.
A Kiev ufficialmente si sorride. Ufficiosamente si sussurra che Budanov non riferisca solo al presidente. E che certe telefonate partano sempre di notte, quando le versioni ufficiali dormono e i veri retroscena si svegliano. Perché in questa guerra non conta solo chi spara. Conta chi controlla il telecomando. E oggi, a Kiev, quel telecomando potrebbe non essere più nelle sole mani di Volodymyr Zelensky.
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