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5 gennaio, 2026Secondo fonti di intelligence, la vicenda della replica della residenza del leader venezuelano non nasce da una dichiarazione impulsiva del presidente Usa ma da un dossier classificato. Non descrive un’operazione imminente, bensì lo stato di maturità di un’opzione
Secondo fonti di intelligence occidentali con accesso ai flussi inter-agenzia, la vicenda della replica della residenza di Nicolás Maduro non nasce da una dichiarazione impulsiva di Donald Trump, ma da un dossier classificato che circola da tempo nei livelli medio-alti della pianificazione strategica statunitense. Un dossier che non descrive un’operazione imminente, bensì lo stato di maturità di un’opzione.
Nel linguaggio non scritto dei servizi, la costruzione di un obiettivo in scala reale rappresenta una soglia precisa: la fase esplorativa è conclusa. Le informazioni sono considerate sufficienti, le variabili principali mappate, le incognite ridotte a rumore statistico. A quel punto, non si studia più se intervenire, ma come e con quali conseguenze controllabili.
Le fonti spiegano che il cosiddetto “doppione” non è una semplice copia architettonica. È un ambiente decisionale tridimensionale. Ogni muro, gradino, corridoio viene ricostruito perché è lì che si misura il tempo reale dell’azione. Ma parallelamente, intorno a quella struttura, viene simulato tutto ciò che non è visibile: catene di comando, tempi di reazione delle forze locali, interferenze esterne, pressione mediatica internazionale.
Il modello operativo è lo stesso già visto nel 2011 con Abbottabad, ma aggiornato a un mondo molto più instabile. Allora l’obiettivo era un leader terroristico isolato; oggi si parla di un capo di Stato, con alleanze, apparati e un equilibrio regionale fragile. Per questo, spiegano le fonti, la replica fisica serve solo in parte agli operatori. Serve soprattutto ai decisori politici e militari per “toccare con mano” la sequenza degli eventi.
Un dettaglio che emerge con insistenza: quando parte l’addestramento Full Mission Profile, l’intelligence considera l’obiettivo informativamente esaurito. Non ci si aspetta più sorprese dall’interno dell’edificio. Le vere incognite sono esterne: chi reagisce, chi resta fermo, chi sfrutta il vuoto. La casa fantasma diventa così un laboratorio dove si testano non solo i movimenti, ma le narrazioni che seguiranno.
Trump, in questo quadro, non è più l’autore del messaggio, ma il vettore. Far trapelare l’esistenza della replica equivale a un avvertimento calibrato: non abbastanza esplicito da forzare una risposta, ma sufficiente a far capire che l’opzione è tecnicamente pronta. Una forma di pressione psicologica che l’intelligence americana utilizza quando vuole condizionare il comportamento dell’avversario senza agire.
C’è anche un altro livello, più sottile. Le fonti parlano di un utilizzo interno del modello: simulare scenari di fallimento, errori, deviazioni. Perché oggi l’ossessione non è l’ingresso nell’obiettivo, ma l’uscita politica dall’operazione. Vent’anni di guerre asimmetriche hanno insegnato che il successo tattico può essere irrilevante se il giorno dopo esplode il caos.
Infine, un elemento che raramente emerge: far sapere che la replica esiste serve anche a rassicurare gli alleati. Significa comunicare che non si è nell’improvvisazione, che ogni mossa è stata provata, riprovata e stressata fino allo sfinimento. È un linguaggio silenzioso, ma chiarissimo per chi lo conosce.
La conclusione delle fonti è netta: quando l’intelligence arriva a costruire l’ombra di una casa prima di entrarci davvero, l’operazione non è più un’idea. È una possibilità concreta, pronta a essere attivata o congelata a seconda del contesto politico. Tutto il resto — dichiarazioni, smentite, rumore mediatico — è solo superficie.
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