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7 gennaio, 2026Concerti, eventi, sfilate di moda e perfino rave. Un movimento non più sotterraneo animato dalla Generazione Z ha impresso una svolta. La repressione continua, ma il regime non fronteggia più la marea
Accade da mesi, ma se ne sono accorti in pochi. È qualcosa che si muove sotto traccia e che adesso, soprattutto dopo le GBU-57, le temibili bombe anti-bunker lanciate nel giugno scorso dai caccia Usa sui siti sospettati di produrre l’ordigno nucleare, ha ripreso slancio e coraggio. È uscito dai sotterranei della metropolitana, ha lasciato le case, le terrazze, le dimore esclusive della ricca borghesia e si è riversato nelle strade e nelle piazze. All’aria aperta, davanti a tutti. Senza più veli e censure. Libere e liberi.
“Musica per non morire”, lo chiamano. Un movimento spontaneo punteggiato da concerti, piccoli e grandi, spesso improvvisati agli incroci, sui marciapiedi, davanti ai centri commerciali o nei parchi. Tanta bella musica, tutti ballano, i ragazzi in jeans e magliette, le ragazze capelli al vento. Succede che in una parte della città alcuni giovani si muovano al ritmo hard rock di una banda che suona davanti ai negozi. E nel quadrante opposto si tenga la Design Week, un festival con gigantesche installazioni artistiche colorate, spettacoli di luci e musica dal vivo in diversi locali. Accade dal settembre scorso. Non solo a Teheran ma a Yazd, centro religioso e conservatore che ha ospitato un concerto pop, a Kerman dove si è svolta una maratona nel deserto, con lezioni di yoga al mattino e esercizio fisico di gruppo il pomeriggio. Tutti insieme, uomini e donne.
Un nuovo vento di protesta, scandito sulle note e i ritmi della musica pop, rap, techno elettronica, scuote l’Iran. Lo racconta il New York Times in un lungo reportage apparso all’inizio di questo dicembre; lo confermano decine di testimonianze raccolte per telefono, sulle chat di gruppo, riprese su Instagram e postate su Facebook. Sono scene in netto contrasto con quanto accadeva solo cinque anni fa, con le donne picchiate per strada e trascinate nei furgoni della polizia religiosa solo per aver mostrato un ricciolo ribelle fuori dall’hijab o spicchi di gambe che spuntavano dal chador. La musica, quella occidentale, blasfema e pericolosa, era inseguita dalle forze di sicurezza fin dentro le case per interrompere le feste e i balli improvvisati dai giovani iraniani. «Abbiamo bisogno di provare felicità e gioia», spiega Parnia, specialista in bellezza e cura del corpo, che chiede di non pubblicare il suo cognome per timore di ritorsioni. «Anche io vado spesso a questi concerti per ascoltare musica. Mi distrae e mi rilassa. Quando sono lì, in mezzo a una folla sorridente, estasiata dall’atmosfera che si crea, non penso più alla guerra, ai conflitti, alle minacce di nuovi bombardamenti. Resto lì, vivo il momento e mi godo quella serata speciale».
Chi accetta di raccontare quanto accade in Iran, con video condivisi sui social, descrive un Paese alle prese con un cambiamento radicale. Non sono voci raccolte tra i dissidenti, i perseguitati, gli attivisti che entrano ed escono dalle carceri. Parliamo di artisti, designer, musicisti, imprenditori, studenti universitari, oltre a sociologi e analisti politici che cercano di dare un senso a tutto questo. Il contrasto è evidente con la durissima repressione che continua ad accanirsi su chi viola le rigide regole morali del regime teocratico. Il 7 dicembre scorso la polizia ha arrestato gli organizzatori di una maratona sull’isola di Kish a cui avevano partecipato cinquemila uomini e tremila donne in due competizioni separate. Sono stati accusati di aver consentito alle partecipanti femminili di correre senza velo. Sei giorni dopo, il 16 dicembre, la polizia religiosa si è accanita di nuovo su Narges Mohammadi, Nobel per la Pace. L’hanno sorpresa per strada, aggredita a colpi di manganello sul corpo e in testa, spedita in ospedale e accusata di essere una spia di Israele.
Sono chiaramente segnali di un nervosismo che nasce proprio per un sommovimento inarrestabile. Che fa paura. I protagonisti sono i ragazzi e le ragazze della Generazione Z: restano lontanissimi dalla rivoluzione che portò al trionfo di Ruhollah Khomeini, di cui sanno poco e niente, hanno coraggio perché consapevoli di essere loro i protagonisti del futuro in Iran. «La società – conferma in un’intervista su Instagram Donya Amiri, 33 anni, critica di moda e stilista di Teheran – sta cambiando a una velocità rapidissima, quasi come una mutazione di pelle. Oltre alle aperture che vediamo sul piano sociale, abbiamo una nuova generazione che sta infrangendo i tabù. Perché vuole le sue libertà fondamentali e le sta ottenendo con la sua perseveranza».
Il dissenso, spiegano in molti, non è ancora tollerato. Continuano le esecuzioni, spesso pubbliche, e le condanne a morte. Così gli arresti di scrittori ed economisti che hanno avuto il coraggio di criticare il sistema. Ma al vertice del regime teocratico si notano le prime crepe. Persino il presidente Masoud Pazeshkian, noto per le sue aperture a favore di maggiori libertà sociali, ha difficoltà ad affrontare questa marea del cambiamento. Pesano la spaventosa crisi economica, la guerra con Israele, la grave carenza energetica e soprattutto idrica che ha prosciugato le riserve di una città come Teheran a causa della prolungata siccità. L’ondata di pioggia degli ultimi giorni ha provocato allagamenti e veri diluvi, con la sabbia del deserto che si trascina nelle voragini tinta di rosso per aver raccolto terra lungo il cammino.
Non solo musica. In un deserto vicino a Isfahan i tour operator hanno organizzato un rave con centinaia di persone, senza veli e lunghi vestiti neri, che ballavano attorno a statue gigantesche e bracieri. La moda si è imposta nel Gran Bazar della capitale, noto baluardo della tradizione, con sfilate di modelle che si sono alternate su un tappeto rosso avvolte in pellicce e scialli di cashmere. Bar e ristoranti servono sempre più spesso shot di vodka, mojito, cocktail. Con discrezione, ma lo fanno.
Sociologi come Fatemeh Hassani, esperta di sviluppi sociali, sostiene che i confini tra vita pubblica e vita privata sono sempre più sfumati. «I giovani – commenta – rifiutano di vivere una doppia vita. Negli ultimi quarant’anni gran parte della cultura iraniana si è sviluppata in spazi privati: nelle case, nelle feste e in contesti ristretti. Oggi quegli stessi valori, emozioni e stili di vita vengono riprodotti nella sfera pubblica». Il governo evita di intervenire. Vuole recuperare il distacco. Nel settembre scorso ha organizzato una serie di concerti all’aperto in tutto il Paese. Li ha chiamati i “concerti della felicità”. Ha invitato artisti e dj a esibirsi per rafforzare lo spirito nazionalistico eroso dalle bombe di Israele e Usa. Ci sono stati elogi e critiche. C’è chi apprezzava lo sforzo delle autorità, chi diffidava e sosteneva che si trattava di qualcosa di ambiguo per distogliere l’attenzione sui veri problemi che affliggono l’Iran.
Tuttavia, l’onda cresce. Bahman Babazadeh, 42 anni, giornalista musicale e promotore di concerti ha dichiarato al Times che la guerra ha cambiato il modo in cui si svolgono i concerti. Il governo, dice, sta allentando le restrizioni, come la supervisione della scaletta dei brani, il divieto di ballare, l’obbligo per le donne di indossare l’hijab. Secondo lui, in media, si tengono almeno quattro concerti ogni sera nelle principali città come Teheran, Shirza e Isfahan. Attirano migliaia di partecipanti. Il gruppo più conservatore del regime è imbarazzato. Non sa come reagire. Una settimana fa ha chiesto l’intervento della polizia e della magistratura. Il ministero dell’Intelligence ha consegnato un rapporto confidenziale alla guida suprema Alì Khamenei nel quale paventava il rischio di un allontanamento dalle regole sociali islamiche. L’ayatollah ha ordinato di rimettere ordine. Ma perfino i più stretti consiglieri di Mahmoud Ahmadinejad, ex presidente radicale, sono riluttanti a una stretta. Gli iraniani della Generazione Z «non tollerano interferenze imposte nella loro vita quotidiana – ricorda Babazadeh – da qui in poi il futuro dell’Iran cambierà».
Ne sono convinti anche i protagonisti di questa scossa sempre più profonda. Per loro ogni concerto, ogni festa improvvisata in piazza è una forma di resilienza e di sfida. Le bombe di profondità e la crisi economica hanno aperto il varco. Adesso è la musica, simbolo di riscossa e cambiamento, a tracciare la strada verso il futuro.

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