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8 gennaio, 2026“Non sono una minaccia per la nostra società, abbiamo il dovere di accoglierli”, dice il vescovo di El Paso, Mark Seitz, alla testa del no della chiesa alle politiche di Trump
«Vorrei che sapeste che avete un vescovo che non solo parla spagnolo, ma che ha anche un cuore latino per la gente ispanica». Così monsignor Ronald Hicks, nominato nuovo arcivescovo di New York da papa Leone XIV, ha salutato i fedeli presenti alla St. Patrick Cathedral. Nato in Illinois come papa Prevost, col pontefice condivide anche una lunga esperienza in Sudamerica: escluso l’anno di volontariato in Messico, Hicks ha vissuto cinque anni in El Salvador dirigendo la casa di cura per orfani Nuestros Pequeños Hermanos. L’appello in spagnolo che, a pochi giorni da Natale, ha rivolto ai cattolici della Grande Mela assiepati fra i banchi non è un mero saluto di circostanza. La basilica che pulsa lungo l’arteria di traffico della Fifth Avenue aveva festeggiato i suoi 146 anni con un ciclo di affreschi realizzati dall’artista Adam Cvijanovic per celebrare la sua storia: una fitta, intricata rete di storie d’immigrazione, a sottolineare che se di radici cristiane d’America si vuole parlare, sarebbe sbagliato prescindere dagli immigrati del Vecchio Continente un tempo, così come da quelli del Sud Globale oggi.
Eppure, a un anno dall’insediamento del presidente Donald Trump, anche questo pezzo di storia rischia di essere sopraffatto da un governo repubblicano che non si fa scrupoli nell’eradicare la storia di libertà e inclusione conquistata a caro prezzo anche di recente, come nel caso della rimozione coatta del murales di Black Lives Matter avvenuta lo scorso marzo.
Eppure è sul tema dell’immigrazione che la Casa Bianca sta scavando un’ultima, profonda trincea. Solo che dall’altra parte stavolta c’è una chiesa cattolica mai così compatta. Messe da parte le guerre culturali contro femminismo e aborto che infiammarono il governo Biden, i vescovi degli Stati Uniti si sono mossi in blocco contro la linea politica dettata dal tycoon in fatto d’immigrazione, passata da dichiarazioni meme come la celebre bufala degli haitiani che «mangiano cani» mentre era in corsa per la Casa Bianca al reale dispiegamento di agenti federali che si occupano di rimpatrio (Ice), i cui metodi coercitivi e a dir poco violenti documentati sui social strappano genitori da figli senza garanzie. A questo stato d’emergenza che – teorizzava il filosofo Byung-Chul Han – è solo una «dimostrazione vuota di sovranità», hanno risposto i vescovi cattolici lanciando lo scorso novembre un video critico verso la linea dettata da Trump.
L’Espresso ha raggiunto monsignor Mark Seitz, sesto vescovo di El Paso, Texas e presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale Usa: «Sarei d’accordo con la narrazione che i migranti siano tutti dei criminali pronti a distruggere il nostro Paese. Ma questo non è vero, anzi è ridicolo pensarlo! È vero che abbiamo bisogno di un’immigrazione ordinata, ma dobbiamo anche ammettere che non offriamo questa opportunità alle persone che si trovano in circostanze pericolose per la vita e non hanno altra scelta che venire da noi. Per chi ha fede, queste persone non sono una minaccia per la nostra società, ma sono chiamate da Dio. E abbiamo il dovere di accoglierle».
Nell’anno appena trascorso il tema dell’immigrazione è diventato la patata bollente sia d’Oltreoceano che d’Oltretevere. Nel primo mandato Trump, papa Francesco aveva ribadito con fermezza la difesa degli ultimi e portato avanti una sorta di advocacy della misericordia che depurasse il dibattito dalla politica e dalla strumentalizzazione della stessa religione. Poi, in uno dei suoi ultimi atti, lo scorso febbraio Bergoglio aveva mandato una lettera ai vescovi nordamericani esprimendo preoccupazione per «la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti con l’avvio di un programma di deportazioni di massa». Parole che non lasciavano spazio a interpretazioni perché, malgrado l’infelice traslitterazione della parola deportations con deportazioni, il papa venuto dalle periferie argentine aveva ben chiaro che difendere la vita dal concepimento alla morte naturale significa avere cura di tutto ciò che passa in mezzo: «Se noi crediamo che ogni essere umano è creato da Dio a sua immagine e somiglianza, non possiamo poi accettare la violazione delle persone innocenti e vulnerabili, poiché tutti dovrebbero avere a cuore il necessario per vivere. Eppure, c’è chi pensa che vada garantito il rispetto di ogni vita dal concepimento salvo poi, fuori dal ventre femminile, pensare che alcune vite non meritino il nostro amore», puntualizza monsignor Seitz.
Il vescovo ha 71 anni, il nero del suo abito da prete è rotto da un bracciale coloratissimo, in stoffa – «L’ho ricevuto tanti anni fa da un ragazzino di 15 anni che faceva il minatore in Honduras» – e appena può, corre a celebrare messa presso il centro di detenzione di Camp East Montana, uno dei più grandi degli Stati Uniti, in cui si trovano stipate oltre 5mila persone: «Per me è una sfida portare la speranza in una situazione dove non c’è molto neppure a livello umano fra persone separate dalle loro famiglie. La cosa che sento difficile è ricordare loro che non sono state dimenticate da Dio, e che Dio può portare il buono anche lì. E mi colpisce la fede di molti di loro, la speranza. Per questo penso che siano una benedizione per il nostro Paese: la loro fede in Dio e il profondo senso di comunità che hanno sono dei valori per gli Stati Uniti, non una minaccia».
Il mese scorso, monsignor Seitz, assieme a un gruppo di nove persone fra cui l’associazione Mujeres Obreras, ha portato al cospetto di papa Leone XIV uno spesso plico di lettere scritte dagli immigrati detenuti o impauriti dall’Ice: «Avevamo preparato per lui un video di quattro minuti che riassumeva lo stato d’animo di chi aveva scritto quelle lettere. Lui lo ha guardato e il video lo ha commosso molto, i suoi occhi erano lucidi. Ci ha poi detto che la chiesa ha il dovere di esprimersi su queste circostanze e che ci avrebbe dato tutto il suo supporto». Nato a Chicago, Prevost ha seguito l’escalation di scontri tra gli agenti federali e gli immigrati persino nella sua città. Era ancora cardinale quando su X aveva corretto pubblicamente la scorretta interpretazione di J.D. Vance del concetto di gerarchia dell’amore teorizzato da Sant’Agostino, usato dal vicepresidente Usa per ridimensionare l’impatto morale sulla vita delle persone immigrate, classificate di fatto come di serie B rispetto all’amore per la famiglia e la Nazione: «J.D. Vance sbaglia: Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri», aveva twittato. Ma quella con il vicepresidente prima convertitosi al cattolicesimo, poi a Trump, non è ascrivibile a una faida istituzionale. Un sondaggio del Pew Research Center rivela che i supporter del Partito repubblicano sono meno propensi a vedere l’apertura delle frontiere come positiva per l’identità della nazione; fra i cattolici intervistati, il 41 per cento pensa che l’immigrazione rappresenti un cambiamento in peggio per gli Usa.
Davanti a una narrazione esasperata che demonizza il migrante, da Roma la chiesa cattolica risponde con una posizione netta. Eppure, ciò non basta a sbollire il risentimento comune insufflato da Trump e dal suo staff. I presepi disposti davanti alle chiese, in cui la Sacra Famiglia è circondata minacciosamente da manichini vestiti da agenti Ice, non smuove più gli animi: «Abbiamo un’immagine del Natale igienizzato, pieno di buoni sentimenti. Ma dimentichiamo che fu Pio XII a definire Gesù un rifugiato», ci tiene a dire monsignor Seitz. Ma in questi casi, la psicopolitica insegna, la rabbia vince sulla riflessione. Sempre.
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