Opinioni
8 gennaio, 2026Eludere il problema aumenta l’esposizione a un rischio potenziale che impone scelte nette
Nel compromesso strappato all’ultimo minuto sul decreto per gli aiuti all’Ucraina non c’è solo l’ennesima fatica della politica italiana a decidere. C’è un’anticipazione. Un avviso di scadenza. Il 2026 è già scritto in filigrana come l’anno in cui il nodo del riarmo arriverà al pettine di Palazzo Chigi, mettendo alla prova non solo una maggioranza fragile, ma l’intero sistema politico del Paese.
Perché non siamo più nel territorio rassicurante delle decisioni “esterne”, dove si discuteva se e quali armi inviare a Kiev, delegando la strategia a un fronte più largo. Ora la domanda è interna, e quindi più scomoda: quanto è davvero difendibile l’Italia? E quanto siamo disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – per non scoprire troppo tardi che la risposta è negativa?
I vertici militari parlano da tempo di difese inadeguate. Non è propaganda, ma una constatazione tecnica che si intreccia con segnali sempre meno teorici. I droni russi sopra la base sottomarina di Brest – dove i francesi tengono i missili atomici – e quelli “non identificati” sulla base belga che custodisce testate nucleari Nato, sono messaggi senza destinatario ufficiale ma con un contenuto chiarissimo: l’Europa non è più una retrovia. È un fronte potenziale. E chi non lo vede, come ha avvertito il segretario generale della Nato, Mark Rutte, diventa parte del problema. Qui finisce l’illusione più comoda: che l’ombrello americano sia eterno, automatico, disinteressato. Il ritorno di Trump ha dissolto anche l’ultimo residuo di quella certezza. Washington non è più il garante naturale dell’ordine europeo, e anzi guarda con crescente disincanto – quando non con aperta ostilità – al Vecchio Continente. In questo vuoto si insinua il rischio più grande: una pace data per scontata proprio mentre smette di esserlo.
Il presidente della Repubblica lo ha detto con parole misurate ma definitive: dopo ottant’anni la pace è di nuovo a rischio, e la spesa per la difesa non è mai stata così necessaria. Non è un invito alla militarizzazione della società, ma un richiamo alla realtà. La stessa realtà che Giorgia Meloni ha finora accettato di guardare, sostenuta da Guido Crosetto e da Antonio Tajani, mentre la distanza con Matteo Salvini è cresciuta fino a diventare una frattura strategica. Il vicepremier leghista parla a un Paese che vorrebbe restare fuori dalla Storia, come se bastasse dichiararsi contrari al riarmo per neutralizzare le minacce.
Ma lo specchio riflette anche l’altra metà dell’emiciclo. L’opposizione è divisa, forse più profondamente della maggioranza. Calenda rivendica apertamente la necessità di scelte coraggiose, ma Conte si schiera contro le «spese folli» del fronte «bellicista», la sinistra ecologista rifiuta il tema in blocco e Schlein rinvia tutto a un esercito europeo che oggi è più un orizzonte retorico che un progetto concreto. Così il dibattito resta sospeso, ideologico, rassicurante proprio perché inconcludente. Il problema è che presto non basterà più. Arriveranno i numeri, i capitoli di spesa, le priorità industriali, le compatibilità sociali. E allora la parola “riarmo” smetterà di essere uno slogan e diventerà una scelta. Una scelta che dividerà, perché costringerà ciascuno a decidere se stare dalla parte della sicurezza condivisa o della neutralità immaginaria.
Il 2026 non sarà l’anno della guerra, lo speriamo tutti. Ma rischia di essere l’anno della verità. E la politica italiana dovrà dimostrare se è capace di affrontarla senza rifugiarsi, ancora una volta, nell’arte antica dell’elusione.
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