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10 febbraio, 2026Delcy Rodriguéz concede l’amnistia ai detenuti politici inghiottiti dalle prigioni di Maduro. Poi il Parlamento dà il via libera alla privatizzazione del greggio. E Trump è raggiante
Non è una svolta ma un primo passo. Anzi: un doppio passo. Qualcosa che non accadeva da 20 anni. Avviene tutto tra giovedì 29 e venerdì 30 gennaio. Le grida di gioia davanti al carcere di Rodeo I, del Tocorón, di Yare, del famigerato El Helicoide, della Zona 7 della Polizia bolivariana, lo confermano. Il governo venezuelano ha votato all’unanimità una legge di amnistia generale per i prigionieri politici. Una decisione inaspettata ma inseguita, agognata da mesi. Con le madri, i padri, i nonni, le mogli, le sorelle accampati fuori dai penitenziari distribuiti in tutto il Paese impegnati in uno sciopero della fame che ha già provocato morti per infarti e denutrizione. I rilasci dei detenuti fatti con il contagocce, quelli dei nomi più noti, come l’italiano Alberto Trentini, e della giornalista investigativa venezuelana Rocío San Miguel.
«Voglio annunciare che abbiamo deciso di promuovere una legge di amnistia generale che copra l’intero periodo di violenza politica dal 1999», dichiara Delcy Rodriguéz durante un evento davanti alla Corte Suprema di Giustizia. Molti detenuti sono dirigenti politici dell’opposizione. Ma ci sono anche giovani e giovanissimi, arrestati durante le rivolte del 2024, dopo le elezioni farsa che attribuirono la vittoria a Nicolás Maduro. Non si conosce neanche il loro numero esatto. Si parla di centinaia, forse un migliaio.
Le Ong che si occupano di diritti civili e di detenuti, come Giustizia, Incontro e Perdono o Foro Penal, confermano il rilascio di 276 prigionieri, il governo ne indica 600. Si invoca l’intervento dell’Onu per chiarire. Si arriva a 626 persone rilasciate, il ministro degli Interni Diosdado Cabello, allunga fino a 808. «Stanno impazzendo perché non hanno la lista», commentava beffardo poche ore prima. L’ex colonnello trasformato in leader politico rappresenta l’ala dura del regime, controlla il vasto apparato militare e poliziesco. Si mormora che non condividesse la decisione di Delcy Rodríguez, anche se le sue proteste sono state contenute. Girano voci che anche lui, fervente chavista, dialogasse con l’amministrazione americana ben prima dell’intervento militare Usa. Voci che ovviamente si è affrettato a smentire. I giochi sono in pieno svolgimento. Il trapasso del regime va condotto con equilibrio e pragmatismo. Basta poco per provocare la reazione statunitense. Il Segretario di Stato Marco Rubio avverte: «Siamo pronti a bombardare di nuovo il Venezuela».
Ma appena arriva l’annuncio dell’amnistia generale appare il post conciliante di Donald Trump su Truth: «Vorrei ringraziare i leader del Venezuela per aver accettato questo potente gesto umanitario». Nell’entusiasmo generale si annuncia anche la trasformazione de El Helicoide, simbolo del terrore del regime, in un centro culturale, sportivo e sociale. Servirà a ricordare per non dimenticare.
Passano 24 ore ed ecco la seconda svolta: una legge sugli idrocarburi. Apre i rubinetti del petrolio dell’Orinoco a tutti i privati. Senza più quei limiti e quelle condizioni imposte dal regime. È la decisione che il capo della Casa Bianca (e le grandi compagnie del greggio) attendeva sin dal 3 gennaio scorso quando, con un blitz che ha provocato un’ottantina di morti, i commandos della Delta Force hanno catturato e portato via Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores. «Oggi è un giorno storico», ammette il capo del Parlamento e fratello della presidente Jorge Rodríguez dopo un dibattito molto rapido seguito da un voto all’unanimità.
L’ingresso ai privati, soprattutto nordamericani, sbarra la strada alla Russia e alla Cina che hanno investito una montagna di risorse in Venezuela. La risposta della Casa Bianca arriva dal Dipartimento del Tesoro che rilascia subito la Licenza Generale 46. Autorizza le transazioni con il governo di Caracas e con la compagnia petrolifera statale Pdvsa «per il sollevamento, l’esportazione, la riesportazione, le vendita, la consegna o i trasporto di petrolio di origine venezuelana, compresa la raffinazione del greggio da parte di un’entità statunitense stabilita». Per agevolare gli investimenti del capitale Usa vengono revocate anche tutte le restrizioni sui viaggi aerei con il Venezuela e i voli diretti tra i due Paesi. Erano sospesi da 7 anni. È un cambio radicale. Prima del varo di questa riforma le aziende straniere potevano partecipare alla produzione petrolifera dell’Orinoco solo tramite joint venture.
Libertà. Dalle carceri e nel petrolio. Un vero spartiacque. Segna il nuovo corso di un Paese schiacciato da vent’anni da una rivoluzione che si era trasformata in una dittatura. Segue la roadmap disegnata dalla Casa Bianca: rilancio dell’attività petrolifera, recupero dell’economia nazionale, avvio verso nuove elezioni. Ma siamo lontani da un processo di riconciliazione nazionale. È solo l’inizio di un cammino ancora fragile e incerto. Sono saltate alleanze e solidarietà. Senza più il petrolio venezuelano, Cuba è destinata a soccombere. Quest’anno ha ricevuto solo 84.900 barili: li ha forniti il Messico per scopi umanitari. Nei magazzini ne ha altri 460 mila. Basteranno per altri 15, 20 giorni al massimo, sostengono gli esperti al Financial Times. Il governo Usa ha ordinato il blocco di ogni importazione di greggio verso L’Avana. Un invito al suicidio per l’isola. Meglio: alla rivolta per un cambio di regime. Ieri in Venezuela, presto in Iran, domani a Cuba. È la strategia Trump: libertà in cambio di business. Ovviamente per gli Usa.
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