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19 febbraio, 2026Né farmaci, né sangue per i dializzati, con le macchine ferme o che lavorano a singhiozzo per i continui blackout. E il cibo in scatola che aggrava condizioni di salute già al limite
A Gaza la vita dei pazienti affetti da insufficienza renale nel reparto di dialisi dell’ospedale Al-Shifa non si misura in anni, ma in quante sedute riescono a sopravvivere senza interruzioni di corrente o carenze di farmaci. Tre volte a settimana – o molto meno di quanto la loro condizione richiederebbe – dovrebbero ricevere le cure, nel mezzo del collasso di un sistema sanitario duramente colpito da attacchi diretti durante la guerra genocida condotta dall’esercito israeliano contro la Striscia di Gaza.
«Mustafa Al-Liwa», un uomo sulla trentina sfollato da Shuja’iyya est al quartiere Al-Nasr, nella parte occidentale di Gaza, convive con l’insufficienza renale dal 2019. Descrive la vita prima della guerra come «dura ma organizzata»: tre sedute di dialisi a settimana, quattro ore ciascuna, con iniezioni regolari di sangue e compresse di calcio per compensare ciò che la macchina filtrava dal suo corpo. Oggi, riassume tutto in una frase: «È cambiato tutto». Il calcio è scomparso dalle farmacie e le iniezioni di sangue sono diventate così rare che molti pazienti sono rimasti mesi senza una sola dose. «Il cibo in scatola, poi, è il nostro nemico più pericoloso – dice Mustafa – ma non avevamo altra scelta. Mangiavamo ciò che sapevamo essere dannoso per i reni per non morire di fame prima di morire di malattia».
La storia di Mustafa non è un’eccezione. «È stata la guerra a danneggiare i miei reni», dice Laila Jundiyeh, una donna sulla sessantina sfollata da Shuja’iyya all’Istituto Al-Amal per Orfani, nel centro di Gaza City. Mesi di fame, una dipendenza quasi totale dal cibo in scatola, la grave carenza di acqua pulita e uno stress psicologico incessante si sono combinati fino a spingerla verso l’insufficienza renale.
«Non riesco a svolgere nemmeno i compiti domestici più semplici». Aveva iniziato la dialisi un anno prima della guerra, ma quando le forze israeliane hanno fatto irruzione ad Al-Shifa e le sedute sono state interrotte per più di una settimana, dice di essere «arrivata davvero vicino alla morte».
Durante la guerra, anche suo marito ha sviluppato un’insufficienza renale dopo mesi di fortissima pressione psicologica. «Ora io e mio marito facciamo dialisi nello stesso reparto», dice. «Una malattia sola, dilatata da una guerra, su due corpi della stessa famiglia».
Dall’altro lato del letto, l’infermiera Nihad Darwish, che lavora nel reparto di dialisi di Al-Shifa da oltre dieci anni, cerca di esercitare la sua professione in quello che definisce «un sistema sanitario con risorse amputate».
Iniezioni di sangue disponibili a ogni seduta, compresse di calcio e ferro che non siano trattate come beni rari, macchine per la dialisi in grado di funzionare senza il timore di improvvisi blackout, acqua regolarmente filtrata e trasporti sicuri e accessibili dai rifugi fino alla porta dell’ospedale: nulla di tutto questo è un lusso. È il minimo indispensabile del diritto alle cure.
Finché questi elementi di base non saranno garantiti, una domanda continuerà a incombere sulle file di letti per la dialisi ad Al-Shifa e in tutta Gaza: quante altre persone dovranno avvicinarsi alla morte – o oltrepassarne la soglia – prima che il mondo riconosca i pazienti con insufficienza renale di Gaza come esseri umani a pieno titolo, degni di vivere, e non soltanto come numeri registrati nei rapporti delle agenzie sanitarie e nelle statistiche di mortalità di chi è stato privato del diritto alle cure e poi lasciato languire nella fredda memoria degli archivi?
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