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25 febbraio, 2026Articoli correlati
Fucili e munizioni dei Cartelli sono fabbricati nel Missouri: lo rivela un’inchiesta giornalistica. Destinati ai soldati, alimentano un mercato parallelo. Considerato legale
«Sono le armi dei gringos a uccidere i messicani». Lo denunciava l’ex presidente Andrés Manuel López Obrador fino a un anno fa; lo ricordava il ministro degli Esteri Marcelo Ebrard nella causa giudiziaria avviata dal Messico contro sette grandi industrie statunitensi del settore. Lo ribadisce adesso anche la presidente Claudia Sheinbaum nelle algide conversazioni che intrattiene con Donald Trump. Eppure, è un paradosso: gli Usa dichiarano organizzazioni terroristiche sei Cartelli dei narcos che poi pensano bene di armare con i fucili e i proiettili che escono dalle loro fabbriche. Produzioni ufficiali, non roba clandestina e illegale. E soprattutto di proprietà del governo americano, destinate al suo esercito. Tema antico, controverso. E mai risolto. Tra il 2009 e il 2011 l’Ufficio alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi (Atf) degli Usa, con la supervisione del dipartimento di Giustizia, decise di avviare una vasta operazione sotto copertura – nome in codice Fast and Furious – per capire chi riforniva di armi i gruppi criminali messicani. L’obiettivo era incastrare i grossi intermediari. Si usarono come esca delle partite di coca. Alla fine sparirono le armi e la droga.
Adesso, una nuova inchiesta condotta dal New York Times e dall’International consortium of investigative journalistsscopre che metà delle cartucce ad alto potenziale, quelle calibro 50, capaci di abbattere elicotteri e perforare mezzi corazzati, sequestrate dalle autorità messicane ai narcos dal 2012, proviene da una fabbrica di munizioni di Kansas City, nel Missouri. La fabbrica si chiama Lake City Army Ammunition Plant. È di proprietà del governo Usa e rifornisce ufficialmente le forze armate. La conferma è arrivata dal segretario alla Difesa messicano. Il generale Ricardo Trevilla Trejo ha spiegato che da quell’anno erano stati sequestrati 137 mila proiettili dello stesso calibro 50 e che il 47 per cento proveniva proprio dalla fabbrica di Kansas City. Avevano tutti stampigliata la sigla Lca, il nome dell’industria. Ma la cosa si è ripetuta fino ad almeno il 2024. Nell’ottobre di quell’anno, quando Claudia Sheinbaum è entrata in carica come presidente, le autorità messicane avevano sequestrato 18 mila armi da fuoco: l’80 per cento di queste provenivano dagli Usa. E c’era una grande quantità di fucili Barrett calibro 50, lanciagranate e mitragliatrici di vario calibro. Come erano finite nelle mani dei Cartelli? E la domanda poneva un problema politico rilevante. Donald Trump sbraitava contro il Messico nella sua guerra al fentanyl, ma taceva sul fatto che la sua principale industria delle armi inondasse il Paese confinante, teatro di un’ecatombe con 150 mila morti.
Non si sa se Sheinbaum che ha preso la faccenda molto sul serio ne abbia parlato con Trump. È stato invece confermato che le cartucce calibro 50 prodotte nel Missouri erano effettivamente riservate all’ esercito americano. In Messico la vendita di armi è vietata ai civili. Negli Usa, il commercio e il possesso per uso personale sono invece liberi. I proiettili calibro 50 e i fucili Barrett sono stati venduti dai commercianti che avevano ottenuto la licenza dallo Stato.
Esaminando decine di migliaia di mail e documenti, i cronisti investigativi hanno accertato che almeno 16 di questi negozi avevano consegnato armi e munizioni ordinate online. Soprattutto proiettili perforanti. Vasily Campbell, proprietario di una di queste armerie, ha ammesso di averlo fatto. «Ho iniziato a insospettirmi – ha raccontato ai giornalisti quando arrivavano sempre più spesso ordinativi per scatole di munizioni da 100 colpi da consegnare a domicilio. Non si trattava di acquisti normali». Interpellato, l’esercito ha fatto finta di niente. La fabbrica di Kansas city tramite un suo portavoce, si è giustificata: l’apertura ai privati della vendita dei loro prodotti aveva fatto risparmiare ai contribuenti 50 milioni di dollari l’anno riducendo i costi governativi per la munizioni.
Grossi come sigari, i proiettili calibro 50 sono sempre stati una merce rara al di fuori dei poligoni militari. Ma nel 1982, con l’invenzione del primo fucile dello stesso calibro la situazione è cambiata. L’arma, lunga un metro e mezzo, 14 chili di peso, era difficile da usare in piedi. Il rinculo ridotto rendeva questo gioiellino un vero oggetto di culto per cecchini e appassionati. Alla fine degli anni 90 si scoprì che un’azienda legata al dipartimento alla Difesa invece di distruggere le munizioni in eccedenza le aveva smontate e poi prodotte delle nuove con i componenti. La legge del 2000 che ne proibiva la vendita è servita a poco.
Sette anni dopo, preoccupati per la carenza di munizioni durante la guerra globale al terrorismo, i pianificatori dell’esercito chiesero all’operatore della Lake City, l’Atk, di incrementare l’attività commerciale. La commessa prevedeva la produzione di 1,6 miliardi di munizioni l’anno, inclusi 60 milioni di cartucce calibro 50. Sono stati proprio questi micidiali proiettili a provocare le peggiori stragi in Messico, a sopraffare i soldati durante gli scontri con i miliziani dei Cartelli.
Il fiume di armi continua a varcare le frontiere Usa tramite privati che le acquistano e poi le consegnano agli emissari dei narcos. Le tariffe non sono un ostacolo. La grande criminalità ha soldi per corrompere chiunque. La causa contro le sette industrie delle armi intentata dallo Stato messicano è stata respinta dalla Corte Suprema americana. I giudici hanno stabilito che chi produce qualcosa, anche potenzialmente mortale, non è responsabile dell’uso che ne fa chi li acquista. Con buona pace dei messicani colpiti dai proiettili made in Usa.
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