Opinioni
26 marzo, 2026Indossava pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta “vendetta”: com'è possibile che un bambino non vacilli difronte alla possibilità di infliggere una ferita? Lo psicopedagogista Stefano Rossi: "È il risultato della società dell’analfabetismo emotivo, della fobia delle emozioni"
La violenza messa in scena, offerta allo sguardo altrui come prova di esistenza, il bisogno di essere visti quando si perde la speranza di essere compresi: è dentro questa grammatica che va letto ciò che è accaduto a Trescore Balneario, nel corridoio della scuola media Leonardo da Vinci, dove intorno alle sette e trenta del mattino un ragazzo di tredici anni ha accoltellato la sua insegnante di francese, Chiara Mocchi, scegliendo di riprendere la scena in diretta su Telegram, come se l’atto non fosse compiuto fino in fondo senza uno sguardo che lo certificasse.
Indossava pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta “vendetta”, elementi che non possono essere considerati accessori ma parte integrante di una costruzione simbolica, di una rappresentazione di sé che precede e accompagna il gesto e che sembra prevalere sul disgusto, la paura, l’insicurezza.
Com’è possibile che un ragazzino, un bambino, non vacilli difronte alla possibilità di infliggere una ferita, di vedere il sangue, di ferire un corpo?
Il cuore del problema
Cosa non funziona nella nostra rappresentazione della vita e della morte ? Cosa abbiamo sbagliato?
La rabbia, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe maturata a partire da un voto ritenuto ingiusto e dalla percezione che la docente si fosse schierata con un compagno dopo un litigio, ma questa dinamica, se isolata, appare insufficiente. Non può trattarsi infatti solo di rabbia per un voto o per non essere stato difeso, come conferma lo psicopedagogista Stefano Rossi, autore di Genitori in ansia (Feltrinelli, 2025): “Non possono essere solo questi i motivi. Indubbiamente questa è una ferita narcisistica che descrive un Sé onnipotente ma anche fragilissimo che non riesce a reggere il dolore del no, del limite, della frustrazione. Per come si è manifestato e per il contesto in cui è maturato, si coglie una trasformazione più profonda del modo in cui la violenza prende forma e si espone”.
La violenza contemporanea non irrompe più come eccezione, ma produce una forma di anestesia generale.“Nella società del ‘mi mostro dunque sono’, l’estetica della violenza, insieme all’imperativo di mostrarsi, crea un cortocircuito. Non solo la violenza è sexy, non solo è seducente, ma deve essere mostrata”. Spiega Rossi.
La diretta su Telegram, allora, non è un dettaglio tecnologico ma il cuore del problema, perché trasforma il gesto in contenuto e il dolore in linguaggio, segnando il passaggio da un’esperienza vissuta a una rappresentazione offerta, in cui il bisogno di riconoscimento prevale su quello di comprensione; ed è proprio qui che si annoda il nodo educativo. Perché non si è di fronte a un’esplosione improvvisa, ma all’esito di una sedimentazione complessa fatta di povertà educativa, fragilità relazionali, fallimenti scolastici e, soprattutto, di una incapacità diffusa che riguarda tanto gli adulti quanto gli adolescenti di attraversare e contenere le emozioni più difficili.
Attribuire la responsabilità a un unico fattore, che siano la famiglia, la scuola, i social, gli smartphone o i videogiochi, significa sottrarsi alla complessità, perché la violenza che esplode è il punto di intersezione di sistemi che non dialogano e di responsabilità che si frammentano, come emerge con chiarezza nelle parole di Rossi: “Per molti aspetti siamo in una società dissociativa, in cui i nostri ragazzi e noi adulti non sappiamo maneggiare le emozioni con le spine. Se non sappiamo accogliere emozioni come rabbia, tristezza, paura, dolore, queste - direbbe Freud - proliferano nel buio e finiscono per esondare. È la società dell’analfabetismo emotivo, della fobia delle emozioni. Non dobbiamo temerle, dobbiamo temere di non saper accogliere quelle dei nostri figli e le nostre”, e ancora, “Quando la scuola convoca la famiglia ragiona in termini verticali educativi: è preoccupata che il ragazzo possa perdersi. Molte famiglie, invece, rispondono secondo una logica orizzontale, prestazionale: se mi convochi significa che mio figlio non è un vincente, che potrebbe essere un loser. Questo genera angoscia e porta il genitore, anziché collaborare, a difendersi”.
In questo scenario di alleanze che si incrinano, mentre gli episodi legati all’uso di armi bianche tra giovanissimi si moltiplicano - da Treviso ad Anzio fino alla Spezia, dove un minorenne è stato ucciso - ciò che colpisce non è soltanto la diffusione, ma l’abbassamento dell’età e la trasformazione della percezione del limite, sempre più fragile, sempre meno interiorizzata, fino a diventare un concetto astratto.
Dentro questa trasformazione anche i dettagli acquistano un valore che non è più marginale, ma rivelatore, perché quella scritta “vendetta” esibita sul corpo non è un ornamento, ma una scelta precisa: “La vendetta rientra pienamente nell’estetica della violenza. Imprimerla su una maglietta è un modo per dichiarare il proprio rancore, ma anche per costruire un’immagine di sé onnipotente, che in realtà nasconde una fragilità profonda e dirompente”.
Di fronte a tutto questo, la risposta pubblica continua a oscillare tra richieste di sicurezza e irrigidimenti sanzionatori, strumenti necessari ma incapaci di incidere su ciò che precede il gesto, perché la violenza non nasce nel momento in cui si manifesta, ma molto prima, nei linguaggi che non si imparano, nelle emozioni che non si riconoscono, negli spazi di ascolto che non esistono: “Non è sbagliato rendere le scuole un luogo sicuro per ragazzi e genitori da un punto di vista fisico, però devono essere un luogo sicuro da un punto di vista emotivo. Il coltello diventa parola quando i ragazzi non hanno le parole per dire ciò che hanno nel cuore e quando non trovano un adulto in grado di accoglierle”.
Vedere ciò che precede l’atto è ciò che distingue un adulto da un adolescente: non l’età, ma l’esperienza e la competenza di riconoscere i segnali prima che diventino gesto irrimediabile, di dare forma a ciò che ancora non ha parole, di intervenire quando la violenza è ancora pensiero. Non dovrebbe essere pensiero e nemmeno preoccupazione per un tredicenne, ma così è e dobbiamo ripartire da qui.
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