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5 febbraio, 2026Per i suoi ha una salute di ferro ma più indizi convergono verso un quadro clinico compromesso. “Ha ottant’anni e questo è già un limite”, dice il superesperto Arthur Caplan
C’è chi gli concede pochi mesi di vita, chi parla di un ictus occultato, chi legge nei suoi gesti i segni di un declino cognitivo. Intorno alla salute di Donald Trump, teorie complottiste e diagnosi dal divano di casa si moltiplicano senza freni.
Una sporgenza dei pantaloni diventa per alcuni un catetere segreto. Un passo incerto la notte di Capodanno, alimenta il sospetto di una malattia avanzata. Intanto circolano immagini che lo mostrano assopito durante riunioni e cerimonie pubbliche, mentre sui social rimbalzano video di pasticci nei discorsi, pronunce sbagliate e presunti blackout.
Lo staff fa quadrato: il presidente è una forza della natura, dorme poco, al massimo cinque ore per notte, e lavora senza sosta. Il circolo magico affida la vulgata al New York Magazine. La portavoce Karoline Leavitt dice che i Marines di guardia allo Studio Ovale hanno dovuto aggiungere turni perché quelli standard non bastavano più; Stephen Miller arriva a definirlo “sovrumano”; il Segretario di Stato Marco Rubio ammette di non riuscire a stargli dietro.
Trump rivendica salute di ferro e genetica fuori dal comune. È già in modalità campagna elettorale e, con le midterm di novembre alle porte e un gradimento sceso al 37%, deve scongiurare a ogni costo la perdita del controllo del Congresso. Ma gli acciacchi non danno tregua. Caviglie gonfie per insufficienza venosa cronica, problemi di udito. Compirà ottant’anni a giugno ed è il più anziano mai eletto alla Casa Bianca. Joe Biden, per intenderci, era più giovane di cinque mesi al momento dell’insediamento.
«Presenta le fragilità tipiche di un ottantenne. Non è detto che ciò segnali una patologia, ma non è nemmeno l’uomo straordinariamente sano che i suoi medici descrivono». A dirlo è Arthur Caplan, bioeticista di fama e direttore della Division of medical ethics della NYU Grossman school of Medicine.
L’ultimo fronte di polemica riguarda gli ematomi sulla mano destra coperti con il fondotinta. Ufficialmente sono causati dalla quantità mostruosa di strette di mano a cui si sottopone. Più di recente, però, gli ematomi sono comparsi anche sulla mano sinistra, spiegati come il risultato di un urto contro un tavolo. A favorirli, secondo alcuni, sarebbe l’uso abbondante di aspirina come antiaggregante (325 milligrammi al giorno da anni) per fluidificare il sangue, con l’aumento della fragilità capillare. Il quadro generale è aggravato da uno stile di vita discutibile: fast food, carni, dolciumi e Diet Coke; attività fisica quasi nulla, limitata al golf del fine settimana. Ma è la stabilità mentale ad alimentare le speculazioni.
A far scuotere la testa sono soprattutto alcune uscite recenti: l’idea di acquisire la Groenlandia, le bizze per la mancata assegnazione del Nobel per la Pace. I più drastici hanno evocato il 25esimo emendamento, che consente la rimozione del presidente in caso di inadeguatezza anche mentale. Secondo Arthur Caplan, però, il meccanismo non sarebbe applicabile. «Biden stava peggio. Lui, invece, è molto attivo: parla in pubblico, viaggia, incontra persone. Valutato in termini di energia e produttività, non ha superato la soglia dell’inidoneità». Biden avrebbe invece superato quella soglia già dopo il disastroso dibattito che lo costrinse a mollare la ricandidatura, mentre il successivo tumore alla prostata avrebbe solo confermato i dubbi sulla sua salute complessiva.
Nel 2017 il dossier era già finito sotto la lente di Bandy X. Lee, psichiatra forense, curatrice del volume “The Dangerous Case of Donald Trump”, in cui sosteneva come il comportamento del presidente configurasse un rischio concreto per la sicurezza pubblica. A rafforzare la sua diagnosi si aggiungevano altri 27 professionisti, che lo descrivevano come dominato da impulsi tali da mettere a rischio il ruolo istituzionale.
Il tycoon ripete di aver sostenuto diversi test, superandoli tutti brillantemente. «Li chiama test del quoziente intellettivo, ma sono cognitivi. Farne uno serve a verificare se c’è un problema, ripeterli più volte indica un monitoraggio; non è buon segnale rispetto a possibili disturbi cerebrali».
Un’osservazione che pesa anche alla luce del fatto che il padre, Fred, in età avanzata sviluppò una forma di deterioramento simile all’Alzheimer.
Oltre ai controlli di routine al Walter Reed national military medical center, la salute del commander in chief è seguita dai medici della Casa Bianca: il capitano Sean Barbabella, medico principale, e il colonnello James Jones. Entrambi si sperticano in elogi. Jones arriva a sostenere che l’elettrocardiogramma indicherebbe un’età biologica inferiore di quattordici anni rispetto a quella anagrafica.
«Il sistema è una farsa. I rapporti arrivano dal suo dottore, che risponde a lui e difficilmente riferirà notizie negative», denuncia l’esperto, ricordando che la storia americana è una lunga scia di opacità. Da Woodrow Wilson, colpito da un ictus con la moglie che governava di fatto il Paese, a Franklin Delano Roosevelt, che nascose la poliomielite, fino a John F. Kennedy e alla malattia di Addison tenuta segreta. «Da trent’anni propongo un collegio indipendente e apolitico nominato dalla National academy of sciences incaricato di svolgere una visita approfondita una volta all’anno».
Ma il vero nodo, per Arthur Caplan, è la necessità di introdurre un limite di età a settantacinque anni. «Altrimenti si finisce a discutere all’infinito se un ottantenne sia ancora in grado di svolgere davvero il suo ruolo. Forse sì, se delega tutto. Se è un presidente di facciata che si limita a viaggiare, a tenere ogni tanto una conferenza stampa e a twittare la sera. Dipende dal tipo di presidente che si vuole».
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