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5 febbraio, 2026Niente scontri, ma intelligence contro i cartelli, risultati concreti e “caramelle” per Trump. È la strategia della presidente Claudia Sheinbaum per non perdere la sovranità
La chiamano la “politica delle caramelle”. Regali, niente concessioni di sovranità. Alle minacce rispondo con pragmatismo. Non mi piego, non mi trasformo nel tacito vassallo come il re vorrebbe. Nell’emisfero meridionale si sta giocando una partita che è ben diversa da quella in corso nel Nord del mondo. Basta vedere cosa accade con il Canada, con la Groenlandia, con la stessa Europa. Tutti costretti a replicare. Con toni differenti e in ordine sparso. Da sempre alleati con il grande protettore che ha impresso la svolta decisiva nella liberazione dal nazifascismo alla fine della Seconda guerra mondiale, ognuno deve fare i conti con il nuovo approccio unilaterale di Donald Trump basato sulla carota e sul bastone.
L’esempio del Messico è illuminante. Alla guida del grande Paese nordamericano, e principale partner commerciale degli Usa, c’è una donna. E questo, rispetto al vecchio Andrés Manuel López Obrador, costretto a frequenti crisi con il suo vicino, segna già una differenza. Ingegnera, fisica, ricercatrice e leader politica, Claudia Sheinbaum a 63 anni conserva intatta la sua formazione scientifica. È una caratteristica che applica anche nei rapporti con gli Stati Uniti. Rapporti non certo facili, segnati dall’umore ondivago di un uomo che guarda al mondo con gli occhi del business piuttosto che con le regole di convivenza. Figlia di ebrei aschenaziti emigrati dalla Lituania, si è formata durante le rivolte studentesche del 1968 in Messico. Questo le ha trasmesso il rigore dello studio, della cultura e della disciplina, che sono ottimi alleati quando si tratta di negoziare.
È stata la prima a essere colpita dalle minacce del suo dirimpettaio. Ma è intervenuta solo tre volte, ufficialmente, nei 14 mesi di presidenza Trump. Per respingere l’accusa di connivenza del governo con i Cartelli, per ribadire la sovranità del Messico, per definire una sciocchezza la decisione di The Donald di chiamare Golfo d’America lo storico Golfo del Messico.
Il silenzio non è sempre acquiescenza. Al contrario: la presidente Sheinbaum ha replicato con i fatti. La grande accusa mossa da Washington riguardava l’afflusso ininterrotto di fentanyl dai confini meridionali. È noto il dominio quasi incontrastato dei Narcos nella maggioranza dei 31 stati federati del Messico. I miliardi di dollari fatturati con la droga, le armi, il petrolio, gli esseri umani, oltre alle estorsioni e ai taglieggi, consentono ai Cartelli di agire indisturbati. Il tessuto economico messicano, oltre che sociale e politico, è contagiato da una corruzione diventata endemica. A tutti i livelli. Imporre un cambiamento, anche drastico, a qualcosa che va avanti da almeno mezzo secolo non era un’operazione facile.
La leader di Morena non ha seguito il suo mentore. Obrador agiva seguendo il principio: “Abbracci, non pallottole”. Sheinbaum si è rivolta ancora una volta alla scienza e ha puntato sull’intelligence. In silenzio, senza troppo clamore. Ha spedito 20mila soldati della Guardia Nazionale alla frontiera con gli Usa, centralizzato il comando di tutte le agenzie anticriminalità e antinarcotici, delegato la guida della sua battaglia contro il traffico di droga a un poliziotto di cui ha piena fiducia. Si chiama Omar García Harfuch, ha 43 anni, ed è segretario della Sicurezza e della Protezione cittadina. Affiancava la presidente anche quando lei era sindaca di Città del Messico. Nel 2022, in pieno centro della capitale, ha subìto un agguato da parte di un commando della Jalisco Nueva Jenéración nel quale è rimasto gravemente ferito. Una sfida clamorosa nel momento più basso dei rapporti tra Usa e Messico. Da quel giorno dorme in ufficio.
Insieme hanno ottenuto risultati che sembravano impossibili fino a pochi anni fa. Ma non li hanno ostentati nella tradizionale conferenza stampa che si tiene ogni mattina alle 7 al Palazzo della Presidenza come faceva Obrador. Di fronte alle pressioni da parte di Trump, spesso condite da pesanti minacce di invasione o con l’arma dei dazi, hanno risposto con dei “regali”. Li hanno offerti su un piatto d’argento. Grazie all’Operazione Confine Settentrionale, sostenuta da un lavoro sofisticato di intercettazioni e il lavoro sotto copertura di decine di agenti, è stato inferto un colpo decisivo al Cartello di Sinaloa, il maggiore produttore e importatore di fentanyl negli Usa. È stato il primo risultato tangibile dal 2022 quando il numero di morti per overdose di questo potente oppioide aveva raggiunto 73.838 tossicodipendenti. Due anni dopo, negli ultimi mesi delle presidenze Obrador e Biden, i decessi si erano ridotti a 47.735, cioè del 35 per cento.
La cifra restava comunque alta e per la Casa Bianca i “progressi graduali” raggiunti dal suo vicino erano ritenuti “inaccettabili”. Il balletto dei dazi è ricominciato, così come quello di un ventilato intervento dei soldati americani su suolo messicano. Ma il lavoro silenzioso di Harfuch è continuato. Secondo il CBP, l’agenzia delle dogane e della protezione delle frontiere, nel 2025 sono state sequestrate 4,5 tonnellate di fentanyl, il 52 per cento in meno dell’anno precedente quando ne furono confiscate 9,5 tonnellate. Così con la cocaina, mentre è aumentato il sequestro di metanfetamina e marijuana.
L’amministrazione Trump è stata costretta a riconoscere i risultati ma li ha rivendicati come suoi per soddisfare le richieste della base elettorale Maga. Non ha esaltato il lavoro della Sheinbaum e dei suoi collaboratori. Ha continuato a sbraitare contro il traffico di fentanyl. Ha bombardato oltre cento lance di presunti narcos nel Mar dei Caraibi, ha provocato almeno 120 vittime di cui non si è mai saputo nulla, ha assediato il Venezuela con un’enorme flottiglia fino al sequestro di Maduro e della moglie. Il fentanyl non c’entrava nulla. Non è importato da Caracas. L’obiettivo, come si è visto, era il petrolio. Trump ha mollato la presa sul Messico, ha distratto l’attenzione, ha lanciato i suoi strali sulla Colombia, guidata dal primo governo di sinistra della sua storia. Quindi, è tornato a tuonare contro l’afflusso di droga con il suo vicino. L’apparato di intelligence della Sheinbaum ha continuato a macinare risultati. In tre distinte operazioni nel Sinaloa nel Sonora e nel Guerrero c’è stato il sequestro di oltre 41mila litri e 12 tonnellate di precursori chimici usati per produrre fentanyl. Sono stati smantellati un laboratorio clandestino e altri 11 siti di produzione di metanfetamina. I Cartelli non hanno reagito. Per la prima volta sono stati costretti a disegnare nuove rotte e tecniche di traffico. Hanno subito soprattutto molte defezioni. Due dei quattro figli del Chapo Guzmán hanno deciso di consegnarsi alle autorità federali americane. L’ultimo, con un vero tranello, è riuscito a portarsi dietro anche il socio fondatore del Cartello di Sinaloa, ricercato da 40 anni, Ismael “El Mayo” Zambada. È stato l’inizio di una resa che ha scompaginato il vertice di tutte le organizzazioni dei narcos. Fino al gesto, senza precedenti, compiuto dalla presidente del Messico. Ha consegnato decine di capi o figure di alto profilo agli Usa.
Dal 20 gennaio del 2025 ne ha estradati 92. Erano tutti ricercati dalla giustizia americana. “Regali”, appunto, che hanno sollevato dubbi di incostituzionalità. Trasferire, senza le procedure previste, persone ricercate da un altro Stato non è certo legale. Si è aperto un dibattito ma senza troppa enfasi. Il diritto, anche internazionale, non vive una stagione felice. La scelta offre diverse interpretazioni. Per motivi esterni, intanto. Il governo messicano vuole prendere l’iniziativa anche a costo di compiacere il vicino. Ma è anche un modo di contenere la retorica roboante di Trump. Ogni volta che ha minacciato di spedire le sue truppe oltre il confine meridionale, Claudia Sheinbaum ha sferrato il suo colpo.
Ci sono poi motivi interni. Le carceri messicane traboccano di signori della droga anziani. Affidarli agli Usa significa liberarsene e placare le continue richieste. Lontana dalla retorica di altri leader, la presidente messicana ha cercato di evitare qualsiasi tipo di reazione semantica. Tutte le recenti operazioni antinarcos e la consegna dei grandi ricercati dalla giustizia Usa seguono lo stesso percorso. Sono considerate un dono, piuttosto che un sacrificio alla sovranità nazionale. Donald Trump alterna applausi a sferzate. Un giorno ringrazia il suo vicino, il giorno dopo si lamenta con la Fox di come «i Cartelli controllano il Messico: è molto triste vedere cosa è successo in quel Paese». La Sheinbaum minimizza: «Fa parte del suo stile comunicativo», sostiene ufficialmente. Ma sa bene che il rischio bombardamento non è mai escluso.

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