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6 febbraio, 2026Intanto, in Oman gli americani Steve Witkoff e Jared Kushner dovrebbero incontrare la delegazione di Teheran venerdì 6 febbraio. Al centro della discussione ci sarà probabilmente il dossier nucleare
In Iran la repressione non si è fermata con la fine delle proteste, ma ha cambiato bersaglio. Dopo le manifestazioni di inizio gennaio, soffocate con una violenza che osservatori e Ong descrivono come una delle più sanguinose nella storia della Repubblica islamica, il regime ha avviato una campagna sistematica di ritorsioni contro medici, infermieri e personale sanitario che avevano curato i manifestanti feriti.
Secondo la Human Rights Activists News Agency (HRANA), organizzazione con sede all’estero ma una rete di fonti interne al Paese, durante la repressione sono state uccise oltre 6 mila persone, un numero che non è escluso possa essere molto più alto. In quelle settimane le forze di sicurezza sono entrate nei reparti degli ospedali, hanno ostacolato i soccorsi e, in alcuni casi documentati da foto, video e perizie forensi, hanno arrestato o ucciso manifestanti già feriti. Alcuni sarebbero stati staccati dai macchinari per la rianimazione e lasciati morire, altri sono scomparsi. I loro corpi sono stati restituiti alle famiglie solo giorni dopo, a volte anche con una richiesta di riscatto in denaro.
la pressione sul personale sanitario
Il quotidiano riformista Shargh ha riferito dell’arresto di almeno 25 tra medici e infermieri, ma si tratterebbe solo della parte visibile di una repressione più ampia. Le ritorsioni sono iniziate nelle notti dell’8 e il 9 gennaio, quando al personale sanitario è stato ordinato di consegnare i telefoni cellulari all’ingresso degli ospedali, nonostante il blocco di internet e delle comunicazioni. "L’ordine era di ripulire tutto, come se non fosse successo niente", ha raccontato un chirurgo iraniano a Le Monde.
Gli obiettivi del regime sono due: costringere i medici a fornire informazioni sui manifestanti e impedire loro di testimoniare ciò che hanno visto. Molte delle ricostruzioni pubblicate dai media internazionali nelle ultime settimane si basano proprio sui loro racconti. Per questo, in questi giorni, decine di operatori sanitari sarebbero stati convocati dai servizi di sicurezza, interrogati e minacciati di licenziamento o di mancato rinnovo dei contratti se non collaboreranno.
nuovi sequestri
Le forze di sicurezza hanno inoltre avviato nuove retate negli ospedali per acquisire filmati delle telecamere di sorveglianza e dati sui feriti. Durante le proteste, infatti, molti medici hanno registrato i pazienti con nomi falsi o diagnosi di copertura per proteggerli e impedirne l’identificazione. La notizia delle retate si è diffusa rapidamente e ha spinto molti manifestanti feriti a evitare gli ospedali e a farsi curare in casa, spesso dagli stessi medici.
la diplomazia
Sul piano internazionale l’Iran dovrebbe tornare oggi, venerdì 6 febbraio, al tavolo dei negoziati con gli Stati Uniti, salvo cancellazioni dell'ultimo minuto. I colloqui, che si terranno a Muscat, in Oman, erano in bilico negli scorsi giorni, dopo che Teheran ha avvertito Washington che si sarebbe tirata indietro se l’agenda fosse stata ampliata oltre il dossier nucleare. Alla fine le due potenze avrebbero raggiunto un compromesso e l’appuntamento sarebbe stato confermato.
Sarà il primo incontro ufficiale tra i due Paesi dall’attacco israelo-americano di giugno 2025 contro i siti nucleari iraniani e le forze di sicurezza della Repubblica islamica, e il primo dopo la repressione di gennaio. A rappresentare Washington saranno Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre per Teheran siederà al tavolo il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
lo scontro sui colloqui
I colloqui avrebbero dovuto tenersi inizialmente in Turchia, in un formato che includesse anche Qatar, Egitto, Arabia Saudita e Turchia. È stata però Teheran a chiedere un cambio di sede e una impostazione strettamente bilaterale. La presenza di Paesi terzi è stata letta dagli iraniani come una "trappola", un tentativo di allargare il negoziato a temi che per la Repubblica islamica restano non negoziabili.
Ma anche sugli argomenti è stato difficile trovare un accordo. Gli Stati Uniti spingevano per un’agenda ampia che includesse, oltre al programma nucleare, la portata dei missili balistici iraniani e il sostegno di Teheran a gruppi e milizie alleate nella regione. Lo ha detto chiaramente il segretario di Stato Marco Rubio: per ottenere "risultati significativi", i colloqui dovranno affrontare anche "il sostegno alle organizzazioni terroristiche", "la gittata dei missili" e "il trattamento che il regime riserva al proprio popolo".
Per Teheran, invece, missili balistici e alleanze regionali — da Hezbollah agli Houthi fino a Hamas — sarebbero pilastri non negoziabili della propria dottrina di difesa e deterrenza.
Trump alza la voce
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato che contatti sono già in corso, ma ha alzato i toni nei confronti della guida suprema Ali Khamenei: "Dovrebbe essere molto preoccupato", ha dichiarato in un’intervista alla NBC, sostenendo di aver già impedito in passato guerre nucleari tra Iran e Israele e ribadendo che, se Teheran dovesse riprendere il programma atomico, l'invio di nuovi caccia resterebbe un’opzione sul tavolo. In un messaggio pubblicato su Truth, Trump ha rivendicato di aver ricostruito l’esercito americano nel suo primo mandato e di aver scongiurato conflitti nucleari in diverse aree del mondo.
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