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12 marzo, 2026L’offensiva contro l’Iran nasce da un’ossessione di Netanyahu. Per mesi il premier israeliano ha cercato di convincere Trump che Teheran fosse a un passo dalla bomba nucleare
Questa è la guerra di Bibi. Solo dopo è diventata anche quella di The Donald. Per settimane, durante le sue numerose telefonate e le tre visite alla Casa Bianca in soli due mesi il primo ministro israeliano ha cercato di convincere il presidente Usa che era il momento decisivo per attaccare l’Iran. Per Benjamin Netanyahu il regime degli Ayatollah è sempre stato un’ossessione. Il grande nemico di abbattere, il principale pericolo per la sicurezza di Israele. Trump lo aveva accontentato nel giugno del 2025 quando, sempre su pressione del vertice dello Stato ebraico, si era convinto che Teheran era in grado di costruire in breve tempo una bomba nucleare. C’è dell’uranio arricchito al 60 per cento che resta nascosto nelle mani degli ayatollah. La cosiddetta guerra dei 12 giorni era stata selettiva più che diffusa. Puntava a distruggerli. «Un’azione preventiva per rimuovere una minaccia esistenziale», l’aveva definita il capo della Casa Bianca.
Il bombardamento di tre siti di produzione nucleare, colpiti da potenti ordigni, venne annunciato in pompa magna. Trump voleva evitare un conflitto più vasto e al tempo stesso placare le richieste incessanti del suo principale alleato in Medio Oriente sui pericoli incombenti rappresentati da Teheran. Il leader dei Maga consentì agli ayatollah il diritto di ritorsione e lasciò che lanciassero i loro missili su Israele. Quindi, finite le schermaglie, annunciò il cessate il fuoco e dichiarò trionfante: «Abbiamo cancellato i siti di Fordow, Natanz e Isfahan». Ma era vero? Il tempo ha dimostrato il contrario. I danni inflitti da Usa e Israele sono stati di superficie. Alcuni centri di produzione nucleare hanno avuto gli ingressi e le gallerie di accesso distrutti ma le strutture realizzate fino a 70 metri di profondità sono rimaste intatte. Compreso l’uranio già arricchito e le centrifughe con cui viene lavorato. Nel giro di qualche giorno è scattato un secondo e più grave allarme. I servizi di intelligence hanno realizzato che 12 giorni di bombardamenti avevano provocato un danno imprevisto: il materiale utile a costruire la bomba era sparito.
Si tratta di 440 kg di uranio arricchito al 60 per cento dei quali solo una quarantina, probabilmente, è andata persa perché sepolta tra le macerie dei siti crollati. Ma il resto è ancora in circolazione. Nessuno sa dove. Un dettaglio non certo trascurabile. La notizia è emersa tra agosto e settembre 2025 ma è stata sottaciuta: era la più forte smentita alle dichiarazioni entusiaste di Trump. Per recuperare questa potenziale bomba sono state avviate delle trattative con l’Iran e presto il dialogo si è impantanato per la distanza tra le posizioni. Pressati da Israele, gli Stati Uniti hanno preteso che Teheran azzerasse il suo piano di sviluppo nucleare. La controparte iraniana aveva rifiutato la proposta, accettando solo l’idea di affidare a un Paese terzo, probabilmente la Russia, lo smaltimento della produzione in eccesso. Ma aveva ribadito in modo deciso che non avrebbe mai rinunciato al suo programma atomico.
Di fronte alle contestazioni statunitensi che, prove alla mano, chiedevano spiegazioni sull’arricchimento a percentuali eccessive di un uranio destinato a scopi scientifici e medici, ammisero: «Siete voi, con il ripristino delle sanzioni, ad averci costretto l’arricchimento al 60 per cento del nostro uranio. Toglietele e ne possiamo parlare».
Il negoziato è andato avanti tra brusche frenate e improvvise accelerazioni. Come sua abitudine, il presidente Usa ha postato dichiarazioni a raffica sul suo social Truth che esprimevano umori altalenanti. Un giorno le trattative andavano avanti e bene, un altro erano pessime perché bloccate. Benjamin Netanyahu seguiva preoccupato la serie di incontri che si tenevano in Oman, così come aveva preteso Teheran, poi proseguiti a Ginevra. Il premier non si fidava dei mullah e avvertiva Trump del rischio di essere trascinato per mesi in un dialogo che non avrebbe portato a nulla. Messa di fronte a un ultimatum, la delegazione iraniana si è irrigidita: niente stop al nucleare e niente smantellamento dei missili balistici che potevano minacciare le basi Usa nei paesi del Golfo.
Benjamin Netanyahu ne ha approfittato per dare l’ultimo scossone alle perplessità del suo alleato e gli ha comunicato che avrebbe attaccato l’Iran. Su chi avesse iniziato l’incursione ci sono state diverse versioni soprattutto da parte della Casa Bianca. Dimostravano che l’amministrazione repubblicana non aveva una posizione unitaria. Il vicepresidente J.D. Vance era contrario, lo dichiarò apertamente. Ma fu costretto a fare marcia indietro quando The Donald, piuttosto irritato, disse che era stato lui a ordinare l’assalto. Non voleva dare l’impressione di aver subito le decisioni prese da Netanyahu. Non ci è riuscito. Perché era avvenuto esattamente così.
Il bombardamento da parte di 100 aerei israeliani è scattato quando erano ancora in piedi le trattative. Da mesi l’intelligence dello Stato ebraico aveva messo a punto un piano d’intervento. Erano state studiate le conseguenze, la forza di reazione, i possibili punti deboli di una difesa. Il Mossad era riuscito a bucare la sicurezza del regime degli Ayatollah hackerando il sistema di sorveglianza del traffico.
Grazie alle migliaia di telecamere piazzate in tutto il Paese, gli israeliani erano in grado di seguire i movimenti degli alti funzionari e dirigenti e di studiare le loro abitudini. Era un’occasione unica per infliggere un colpo decisivo al grande nemico. In questo modo hanno avuto la certezza della presenza di Alì Khamenei sabato 28 febbraio al vertice convocato nel suo palazzo totalmente distrutto nella prima incursione aerea. È bastato monitorare gli spostamenti degli autisti e dei loro mezzi. A nulla è servito l’ordine della stessa Guida suprema di lasciare i telefonini a casa.
Doveva essere una guerra intensa ma breve. Ma il vero diluvio di bombe non è riuscito a fiaccare il morale e le capacità iraniane di resistere e persino contrattaccare. Due settimane dopo l’inizio del conflitto continuano i lanci di missili e droni sui Paesi del Golfo. Si cominciano ad avvertire le conseguenze economiche e commerciali del blocco dello Stretto di Hormuz da dove transita il 30 per cento del petrolio mondiale e il 40 del gas. Il mondo si trova ad affrontare una gravissima crisi energetica, con la paralisi delle esportazioni di greggio. Ma si avvertono anche i contraccolpi interni agli Usa. Quattro americani su cinque sono contrari a questa guerra, i prezzi del gasolio sono aumentati e questo pesa sui trasporti e il commercio. La base elettorale Maga è insofferente.
Trump non riesce a chiudere questa ennesima partita nei tempi che si era prefissato. Rischia di essere lunga e logorante. Minaccia di spedire le truppe americane sul terreno: il famoso “boots on the ground” che rievoca vecchi disastri del passato. Ma sa che gli americani lo boccerebbero alle elezioni di Midterm. L’Iraq, con i suoi errori e le sue bugie sulle armi di distruzione di massa mai trovate, è un incubo che non si vuole ripetere. Adesso ci sono quei 400 kg di uranio arricchito che vanno recuperati. Farlo con un regime ferito ma ancora solido, con una nuova Guida suprema appena nominata, è una vera impresa. «Sono probabilmente nascosti nel sito di Isfahan», racconta a L’Espresso una fonte Aiea vicina al dossier iraniano che chiede l’anonimato. «Il problema è che sono sotto forma gassosa. Sono custoditi in 20 cilindri di 30-40 centimetri; ognuno ne contiene tra i 20 e i 25 kg. Sono altamente radioattivi, basta che salti una valvola e sprigionano una nuvola radioattiva». Ci sono dubbi sul fatto che gli scienziati iraniani fossero a un passo da realizzare un ordigno nucleare. Israele ha sempre detto che bastavano poche settimane. L’alta fonte Aiea parla di 2-3 mesi. «Passare dal 60 al 90 per cento di arricchimento è comunque facile e rapido», afferma. «Questo non significa che la bomba è pronta. Bisogna trasformare l’uranio gassoso in metallo e poi costruire la sfera e quindi coprirla con il materiale che la conterrà. L’Iran non ha bisogno di dire che ha una bomba atomica. Lo annuncia con un test di prova. Come ha fatto la Corea del Nord nel 2006».
Come recuperare l’uranio scomparso? Non è un’operazione che si può fare con un blitz della Delta Force. Bisogna mandare sul posto squadre di specialisti, coperte da tute protettive, in grado di operare con tranquillità e in sicurezza. Non certo sotto le bombe. È roba del Mossad. Ma Israele è impegnato nella sua parte di guerra in Libano. Si occupa dei “proxy” del regime iraniano, come Hezbollah. Bibi lascia il lavoro principale a Trump e pensa alla sua di guerra. Deve realizzare la Grande Israele. Se chiude anche questa partita si garantisce la vittoria alle elezioni di giugno, eviterà il carcere e sarà per l’ennesima volta primo ministro. I 400 kg di uranio possono aspettare.

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