Mondo
18 marzo, 2026Lo sgombero del centro sociale a Torino è diventato il simbolo di una battaglia più ampia. Ma ridurre mezzo secolo di storia dei Csoa a qualche slogan è un’inutile semplificazione
Giorno di San Valentino, Napoli. Niente rose o cene a lume di candela, ma striscioni: in piazza migliaia di persone contro gli sgomberi dei centri sociali. Il nome scelto per la manifestazione, “L’amore che resiste”, non è un vezzo romantico ma una dichiarazione di appartenenza, di indipendenza: quei luoghi non sono cascami ideologici, ma comunità vive, che rivendicano voce e futuro. A riaccendere la miccia sono stati gli scontri violenti e la vicenda torinese di Askatasuna, sgomberato poco prima di Natale dopo quasi trent’anni, assurto a emblema di una battaglia più ampia. Intorno al suo nome si è rivisto il solito canovaccio manicheo, una sorta di incrollabile riflesso pavloviano nazionale.
Ma la realtà è più stratificata degli slogan di parte. In suo favore è intervenuto, per esempio, don Luigi Ciotti: «è sbagliato criminalizzare un progetto di grande valore». Tre anni fa, negli stessi spazi, aveva registrato il sold out Alessandro Barbero, ospite del festival “Altri modi e altri mondi”: studenti seduti per terra, code per un selfie. Una sequenza che stona con la retorica del covo di guerriglieri. Non che siano mancati, nel corso del tempo, cortocircuiti, i confini con le galassie radicali non sono stati sempre impermeabili. Qualche frangia ha flirtato in relazioni pericolose, qualche corteo è deragliato. Ma ridurre mezzo secolo di storia dei centri sociali occupati autogestiti italiani a una caricatura – sovversivi per hobby, anarchici fuori sincrono, nostalgici dell’autonomia extraparlamentare, No Tav e black bloc full time – è una semplificazione che non spiega nulla. Con buona pace dell’attuale premier Giorgia Meloni, che nel febbraio 2018 scriveva su Facebook (in foto col presidente del Senato Ignazio La Russa): «E anche oggi gli scemi dei centri sociali ci onorano della loro presenza».
Dalla metà degli anni Settanta, i Csoa (questo il loro acronimo) hanno attraversato stagioni politiche diversissime. Nascono tra Milano e Roma dalle ceneri dei circoli del proletariato giovanile, in un’Italia segnata da crisi industriale e periferie in espansione. Bastava una fabbrica chiusa o una caserma in disuso per farne un quartier generale: non una rêverie della rivoluzione armata, ma la sperimentazione di autogestioni, assemblee, rifiuti della delega. Più palingenesi esistenziale modello hippies o provos olandesi, che marxismo-leninismo. Tra voglia di partecipazione e liberazione dai conformismi, vi confluisce un magma di operai, disoccupati, studenti, creativi. I centri sociali hanno parlato di reddito di base, femminismo, antirazzismo, ambientalismo, diritti Lgbtq+ quando erano ancora marginali nel dibattito pubblico. Hanno organizzato doposcuola, sportelli per migranti, mense, palestre, cineforum. Hanno ospitato scrittori e musicisti mainstream, anzi, molti sono sbocciati proprio al loro interno. Un punto di riferimento metropolitano. Nell’immaginario restano uno stereotipo, ma hanno imparato a cambiare pelle. Il loro simbolo? Un cerchio spezzato da una saetta. Il motto storico? «Rompere la gabbia, uscire dal ghetto».
La quintessenza resta il milanese Leoncavallo, occupato nel 1975 e sgomberato l’anno scorso dopo 133 tentativi falliti. Fin dall’inizio concerti, laboratori, una scuola popolare per la licenza media agli operai, iniziative contro lo spaccio. Sul palco la Pfm, gli Area, Franco Battiato; più tardi Dario Fo e Franca Rame, oltre a star indie planetarie come Fugazi, Sonic Youth e Public Enemy. Tra gli habitué il regista Gabriele Salvatores: premi Nobel e Oscar, insomma.
Ma il “Leonka” è stato anche lutto: nel 1978 l’uccisione dei 19enni Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, Fausto e Iaio. Una ferita aperta. Dopo anni di inchieste nessuno è stato condannato, ma la pista più plausibile porta alla destra eversiva e neofascista. Sempre a Milano nasce, nel 1976, il Cox 18, con i murales di Blu, Miguel Ángel Martín, Bad Trip e Seth Tobocman. A Roma è occupato nel 1986 il Forte Prenestino, un laboratorio permanente di controcultura. Ha osservato Zerocalcare: «Anche solo la possibilità di sviluppare i fumetti miei al Forte è stata determinante. Per me sono stati i primi luoghi in cui ho esposto, ci ho trovato le prime persone con cui confrontarmi. La mia vita sarebbe stata sicuramente più povera senza i centri sociali». Negli anni Ottanta si moltiplicano: riappropriarsi degli spazi urbani e del diritto alla città, fare politica fuori da partiti e sindacati, offrire servizi gratuiti dove il welfare statale si sfilaccia. Consultori, lotte per la casa, mobilitazioni contro le guerre. Insieme musica, teatro, radio, autoproduzioni underground. Anche l’intrattenimento, il divertimento non deve essere “mercificato”. In molte borgate diventano presìdi quotidiani, punti di ascolto informali. Intanto gli universitari rioccupano le aule, a colpi di fax: è il momento della Pantera. Arriva la stagione delle Posse: i 99 Posse, che finiranno in testa alle hit parade, cantano «è nato/n’atu centro sociale occupato/e mò c’ ‘o cazzo ce cacciate».
Il rap patrio trova nei Csoa la sua culla, prima di tramutarsi in industria di potere. Si collaudano pratiche come le Tute Bianche e la guerriglia mediatica di Luther Blissett, le reti telematiche quando Internet è ancora un territorio di pionieri; si intrecciano punk, cyberpunk e rave. Alla fine degli anni Novanta il quotidiano Le Monde definisce i centri sociali «fiore all’occhiello della cultura italiana». In libreria si compra No Logo di Naomi Klein, un breviario laico; la colonna sonora è di Manu Chao, menestrello zapatista nel senso del subcomandante Marcos. Poi il G8 di Genova del 2001: un trauma, un brusco risveglio. L’assassinio di Carlo Giuliani, la macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto tracciano un punto di non ritorno. Il movimento No Global, trascinato dal popolo di Seattle, conosce l’apogeo e la sua caduta. Repressione, processi, disillusione, e “centri sociali” diviene un’etichetta-ombrello per demonizzare in blocco, a mo’ di devianza, l’intero universo antagonista.
Molti spazi chiudono, altri si riorganizzano, altri cercano percorsi di regolarizzazione tra il dialogo con gli enti locali e le cariche di polizia. Nel frattempo la loro geografia si era comunque allargata: Trento, il Nord-Est (dal Pedro di Padova al Rivolta di Marghera), la Bologna del lungo mito Seventies, la Toscana, Napoli con Officina 99 e l’ex Opg “Je so’ Pazzo”, la Giungla di Bari, l’Anomalia di Palermo. E numerosi altri. Circa duecento realtà del genere sono disseminate, a tutt’oggi, lungo la penisola. Non un’eccezione nostrana: fenomeni simili animano la Germania e la Spagna, la Francia e la Grecia tra squatters, indignados e gruppi contro l’austerità. Ecco i teatri occupati (come il Valle), il movimento per i beni comuni, il collettivo ex Gkn. I giovani si radunano online e scendono in piazza con Fridays For Future, l’ecologia si salda alla giustizia sociale. I vecchi centri sociali diventano hub intergenerazionali, dove convivono memoria e sensibilità inedite.
Ma quanto margine può concedere una democrazia tendente all’autoritario a delle forme programmaticamente eterodosse di aggregazione, di “resistenza dal basso” al pensiero neoliberista dominante? Eppure, nonostante le loro contraddizioni, in tempi di desertificazione urbana e di solitudini digitali quei capannoni riplasmati continuano a essere dei luoghi veri, autentici, preziosi. Come ci dice Militant A degli Assalti Frontali: «La cultura del centro sociale ha generato un’analisi accorta dei luoghi e del territorio, dei suoi bisogni». Gli Assalti sono stati la prima band hip hop tricolore: nacquero all’alba degli anni Novanta, proprio in seno ai centri sociali occupati autogestiti, «di cui c’è ancora grande esigenza col loro sistema di valori, comunità e solidarietà. Mentre intorno si fa il deserto. E il degrado. L’alternativa offerta dalle amministrazioni pubbliche è molto spesso il nulla. I centri sociali sono un territorio nuovo. Sono il pieno davanti al vuoto».


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