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19 marzo, 2026Il fondatore dei Maga aggiunge nuovi business ai suoi preferiti. Dopo l’immobiliare di lusso arrivano le monete digitali e l’energia nucleare. Così i suoi familiari e i suoi amici d’affari fanno soldi con la politica
«Non lo faccio per i soldi. Ne ho abbastanza. In ogni caso, assai più di quanti me ne potrebbero occorrere. Lo faccio perché mi va. Fare affari è la mia forma d'arte. Altri dipingono delle belle tele o scrivono meravigliose poesie. A me piace fare affari, preferibilmente grossi». Inizia così “The art of the deal”, la prima autobiografia di Donald J. Trump pubblicata nel 1987 quando l’attuale presidente Usa aveva 41 anni ed era un immobiliarista newyorkese emergente schierato con l’establishment democratico. Alla Casa Bianca c’era Ronald Reagan e un altro baldo quarantenne di nome Benjamin Netanyahu era ambasciatore di Israele all’Onu.
A distanza di quattro decenni, nella campagna contro l’Iran ogni mossa sul piano strategico, anche la più disastrosa, è vincente sul piano finanziario per il presidente Usa e per l’oligarchia che lo sostiene. Non c’è affare più grosso della guerra e non passa giorno che il fondatore del movimento Maga non lo ricordi urbi et orbi, senza freni inibitori. Trump diventa sempre più ricco e così il suo circuito di familiari e di amici, da Larry Ellison a Charles Schwab da Carl Icahn, immobiliarista e finanziere novantenne cresciuto come Trump nel sobborgo newyorkese del Queens, a Elon Musk, ex capo del dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), passato da un patrimonio stimato di 428 miliardi di dollari a settembre 2025 a 839 miliardi nel marzo 2026.
Mentre l’altro finanziatore trumpiano Peter Thiel (Palantir, Paypal, SpaceX con Musk) ammonisce sulle tentazioni dell’anti-Cristo nella sua tournée italiana, sulla Casa Bianca in continua ristrutturazione risuona lo slogan del presidente entusiasta per lo shock petrolifero: «Stiamo facendo un sacco di soldi». Il plurale non si riferisce certo ai colletti blu che hanno votato il programma “America first” e che subiscono il calo dei posti di lavoro in aggiunta alla crisi del risparmio sui mercati finanziari.
Secondo i calcoli di Forbes il presidente è passato da un patrimonio di 3,9 miliardi a settembre 2025 ai 6,5 miliardi dello scorso febbraio. È una stima molto cauta per la galassia della Trump organization, affidata ai figli Donald junior ed Eric, che punta forte su immobiliare, scommesse, cripto.
Secondo la financial disclosure della Casa Bianca, The Donald ha mantenuto solo la presidenza del Mar-a-Lago club, in Florida. La reggia di Palm beach, dalla quale Trump ha annunciato l’attacco all’Iran il 28 febbraio 2026, nel 1985 gli è costata 8 milioni di dollari, di cui 3 di arredamento, per 118 stanze e oggi è stimata fra 370 milioni e oltre 1 miliardo di dollari.
Il real estate, iniziato con l’epopea del Trump Plaza e della Trump Tower, fa oggi riferimento alla Trump hotels, una delle subholding della Trump organization che controlla undici hotel con golf negli Usa, in Scozia, in Irlanda e a Dubai. Proprio i paesi del Golfo, messi sotto attacco dai missili iraniani in risposta ai bombardamenti Usa-Israele, restano una delle mete preferite per le attività di sviluppo immobiliare della famiglia Trump. Tra i progetti annunciati l’anno scorso ci sono le Trump Golf Villas e l’Aida Trump hotel in Oman affidati all’impresa saudita Dar Global. Nel regno degli al Saud è stato lanciato un altro percorso di golf a Riad con l’impresa locale Dar al Arkan. Lungo la costa del Mar Rosso, a Jeddah, saranno costruiti un nuovo Trump Plaza (1 miliardo di dollari di investimento) e un’altra Trump Tower con appartamenti a partire da 585 mila dollari. Il progetto più ricco nell’area del Golfo è Simaisma beach a nord di Doha in Qatar. La spesa è di 5,5 miliardi di cui 3 a carico dei Trump. Il menu è il solito: campo da golf a 18 buche, ville di lusso sulla spiaggia, parco tematico, marina e ristoranti. La fine di questi lavori è prevista per il 2028-2029, il che spiega perché il presidente vuole una guerra breve in Medio Oriente, in attesa di iniziarne un’altra.
Il capitolo case da gioco è più contrastato. La Trump entertainment resorts ha fatto appello al chapter 11 (protezione dalla bancarotta) nel 2004, nel 2009 e nel 2014 con gravi perdite per gli investitori. Il Taj Mahal di Atlantic City, in crisi già nel 1991, è stato ceduto a Icahn e poi è finito sotto il marchio Hard Rock. Il Trump Plaza, fallito, è stato demolito nel 2021. Oggi Trump osserva la battaglia per l’acquisto della catena Ceasar’s entertainment, a una cifra superiore ai 7 miliardi. I contendenti sono i suoi due amici Icahn e Tilman Fertitta, miliardario texano nominato ambasciatore a Roma a maggio del 2025. Fertitta è proprietario dei casinò Golden Nuggets e degli Houston Rockets, franchigia del basket Nba, e nel 2026 il suo patrimonio (11,5 miliardi di dollari) è salito di 500 milioni rispetto al 2025.
Il gambling rimane un pallino del presidente che nel 1987 scriveva: «Non mi sono mai posto grossi problemi morali a proposito del gioco d’azzardo, dato che le obiezioni mi sembrano in gran parte ipocrite. Si dà il caso che la Borsa di New York sia la più grande casa da gioco del mondo».
Quarant’anni dopo impazzano le scommesse sui derivati, sui futures e sulle cripto con gli organi di controllo in mano alla Casa Bianca che ha messo alla guida della Sec, la Consob Usa, Paul Atkins, definito dalla stampa finanziaria un “deregulator”.
Uno dei settori più promettenti è quello del prediction market che sta facendo la fortuna di piattaforme come Polymarket e Kalshi. Il Financial times ha documentato puntate anomale per centinaia di migliaia di dollari su un imminente attacco all’Iran a poche ore dai primi bombardamenti. Il controllo sui “siti di predizione” è affidato a Michael Selig, 36 anni, che guida la Cftc (Commodity futures trading commission) con ratifica presidenziale il 22 dicembre scorso. Selig sta andando allo scontro con lo stato del Nevada, peraltro governato dal trumpiano Joe Lombardo, perché i casinò di Las Vegas accusano di concorrenza sleale i prediction sites che, a differenza delle case da gioco, non sono obbligati a ottenere una licenza e a rispettarne i requisiti.
La questione delle regole è la stessa che si presenta nel conflitto fra la moneta tradizionale e le valute digitali. A giugno del 2021, Trump aveva detto al network Fox Business che le cripto gli sembravano «una truffa» e «un disastro prossimo venturo». Come gli capita spesso, il leader dei Maga ha cambiato opinione radicalmente in poco tempo. A settembre del 2024, durante la campagna per il voto presidenziale, la sua famiglia e un gruppo di investitori ha costituito World liberty financial per vendere i token $Wlfi (Official Trump). Tre quarti dei guadagni vanno ai fondatori con un profitto per i Trump stimato in oltre 1 miliardo di dollari. Al 17 marzo la capitalizzazione di $Wlfi è di 2,5 miliardi.
Pochi giorni prima dell’insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 sono state lanciate anche le memecoin $Trump e $Melania sulla piattaforma Solana blockchain. La guerra ha fatto bene a $Trump, che è passata da 3,4 dollari il 28 febbraio a 3,73 a un picco di 4,36 il 14 marzo. Il valore massimo di questa moneta virtuale, che per molti analisti è solo un gioco sulla pelle dei fan Maga, avrebbe portato il patrimonio virtuale di Trump a 50 miliardi.
Anche in questo settore politica e affari vanno a braccetto. Tra i cofondatori di World liberty financial ci sono Zach e Alex Witkoff, 33 e 32 anni rispettivamente. Sono i figli di Steve, immobiliarista nato nel borgo newyorkese del Bronx. Dal novembre 2024 Witkoff senior è l’inviato speciale degli Usa in Medio Oriente e ha garantito che il regime iraniano era molto vicino a una percentuale di uranio arricchito utilizzabile per scopi militari. Anche Steve Witkoff è nella lista dei miliardari di Forbes (2,3 miliardi di dollari, in salita di 300 milioni rispetto al 2025).
Poco prima dell’inizio del secondo mandato presidenziale, Wlfi ha attirato un investimento di 500 milioni di dollari da parte di Tahnoon bin Zayed al Nahyan. Il principe Tahnoon è uno dei rampolli della famiglia regnante di Abu Dhabi, guidata dal fratello Mohammed bin Zayed, e ha il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale. In cambio della partnership una delle aziende del principe emiratino, detto “spy Sheykh”, ha potuto acquistare dagli Usa microchip di ultima generazione.
Le cause per danni sono un’altra abitudine del presidente fin dagli esordi negli affari. Molte aziende preferiscono arrivare a una transazione piuttosto che mettersi contro l’uomo più potente del mondo. Oltre alla citazione da 15 miliardi contro il New York Times, a fine gennaio i legali del presidente hanno avviato una causa da 5 miliardi di dollari contro Jp Morgan, il più grande istituto di credito statunitense, e contro il suo presidente Jamie Dimon che avrebbe chiuso i conti bancari di Trump per motivi politici. La mossa ha sbalordito Wall street dato che Dimon è un sostenitore dell’agenda presidenziale “America first” e che Jp Morgan si è proposta come banca di riferimento per il Board of peace, club internazionale a pagamento creato da Trump in alternativa all’Onu per seminare la pace nel mondo, iniziando da Gaza, con la collaborazione del genero Jared Kushner, marito di Ivanka, figlio dell’immobiliarista finanziatore dei democratici Charles Kushner e temuto consigliere politico.
L’unica impresa di famiglia a segnare il passo è il Trump media & technologies group (Tmtg), che controlla il social Truth da dove il presidente parla al mondo. Tmtg ha dimezzato il suo valore dai 2,5 miliardi del 2025 con una perdita di bilancio di 712 milioni e ricavi modestissimi (3,7 milioni). A dicembre 2025 la società ha annunciato la sua fusione da 6,5 miliardi di dollari con Tae tech e la possibilità di uno spinoff per Truth. L’obiettivo del merger è l’energia nucleare di nuova generazione. Chi sa se domani ci sarà un reattore Trump come oggi ci sono le sneakers, i profumi, le chitarre Trump e la Bibbia “God bless the Usa”. Costa 100 dollari al pezzo, è stampata in Cina e in copertina c’è il brand Trump. Per qualche dollaro in più.
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