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20 marzo, 2026Da Roma arrivano rassicurazioni: "Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso a Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa multilaterale". Intanto Trump valuta il dispiegamento di soldati nella regione
Dopo la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz decisa dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele, sei Paesi - tra cui l’Italia - si sono dichiarati pronti a contribuire a un piano internazionale per garantire la sicurezza della navigazione commerciale. Ma da Roma arriva subito una linea prudente: nessun intervento senza condizioni politiche chiare e senza il coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone hanno firmato una dichiarazione congiunta, diffusa da Downing Street, in cui hanno espresso una "forte condanna" per le azioni attribuite a Teheran: attacchi contro navi commerciali, infrastrutture civili e la chiusura di fatto dello stretto, snodo cruciale per il traffico energetico globale.
Nel documento, i sei governi hanno ribadito il principio della libertà di navigazione e si sono dichiarati disponibili a contribuire a iniziative per garantire un transito sicuro. Allo stesso tempo, hanno espresso "profonda preoccupazione" per l’escalation in Medio Oriente e hanno chiesto all’Iran di cessare immediatamente minacce, attacchi e operazioni di disturbo, incluse la posa di mine e l’uso di droni. È stato inoltre sollecitato il rispetto della Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e delle risoluzioni internazionali, con un appello a fermare le interferenze sul commercio marittimo e sulle catene globali dell’energia.
La posizione dell'Italia
A chiarire la posizione dell’Italia sono intervenuti i ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani. Crosetto ha smentito le interpretazioni più allarmistiche: "Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso a Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa multilaterale". Un eventuale intervento, ha precisato, potrebbe avvenire solo sotto egida Onu e con finalità esclusivamente pacifiche. Sulla stessa linea Tajani, che ha definito il documento firmato a Londra "politico, non militare". L’obiettivo, ha spiegato, è lavorare per garantire la libertà di navigazione senza entrare nel conflitto: "Non siamo parte della guerra e non vogliamo esserlo". L’Italia resta disponibile a partecipare a una missione internazionale, ma solo in presenza di un mandato delle Nazioni Unite.
Le minacce dell’Iran
Dal canto suo, Teheran ha alzato i toni. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertito che i Paesi che dovessero aiutare Washington a riaprire lo stretto sarebbero considerati "complici dell’aggressione” e dei “crimini di guerra". Secondo la versione iraniana, l’attuale crisi sarebbe stata innescata dalle operazioni militari di Stati Uniti e Israele. L’Iran ha già risposto colpendo infrastrutture energetiche nella regione e minaccia ulteriori escalation in caso di nuovi attacchi.
Intanto, le conseguenze della crisi sono evidenti. Il traffico marittimo nello stretto è crollato drasticamente, mentre i prezzi del petrolio tornano a salire. Anche l’Organizzazione Marittima Internazionale gli scorsi giorni aveva lanciato l’allarme, chiedendo la creazione urgente di un corridoio navale sicuro. Migliaia di navi e decine di migliaia di marittimi risultano bloccati o esposti a rischi elevati. Nel frattempo, i sei Paesi firmatari della dichiarazione hanno annunciato possibili misure per stabilizzare i mercati energetici, anche attraverso il rilascio coordinato delle riserve strategiche e un aumento della produzione da parte dei Paesi esportatori.
L'allargamento del conflitto
Il conflitto continua ad allargarsi. Il presidente Donald Trump starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati nella regione. Reuters parla di un possibile dispiegamento a Kharg o proprio lungo le coste dello Stretto di Hormuz. Intanto il presidente francese Emmanuel Macron ha definito l’escalation "sconsiderata", sottolineando come per la prima volta siano stati colpiti direttamente impianti produttivi di diversi Paesi del Golfo.
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