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4 marzo, 2026I loro istinti sessuali vengono soddisfatti ininterrottamente in virtù di una alleanza strategica fra magnati che diventa abuso, sopraffazione, stupro, traffico di minori
Basta aspettare. Le epoche, anche le meno decisive, si ammantano di un’aura che – nel confronto con l’incertezza del presente – le rende mitiche. Perfino elettrizzanti. Lo erano? Difficile dirlo. Di sicuro c’è che a rimpiangerle è chi, nel frattempo, ha perso la propria giovinezza. Così è accaduto: anche gli anni Novanta (era già successo agli ’80) sono entrati nella leggenda. Stile, moda, spensieratezza. Un mondo ancora al sicuro. Bill Clinton. Tony Blair. I dem. I liberali energici e intelligenti. L’ultima stagione della storia umana prima dell’uragano della rivoluzione digitale e dei social. Prima della crisi economica. Bello! Quasi ci tornerei. Quasi quasi ci torneremmo tutti.
Bill, ragazzone cinquantenne con i capelli grigi, sorride. Sorride almeno fino all’ultimo lembo del decennio e del secolo: quando a mettere a rischio la sua tenuta politica e la sua popolarità arriva la testimonianza di una stagista ventiduenne. Una relazione extraconiugale. Una fellatio ricevuta dal presidente, si dice, nella sala ovale della Casa Bianca. L’avvio di impeachment.
Philip Roth, nelle prime pagine del romanzo La macchia umana (2000), dà voce a un personaggio che sogna «un gigantesco striscione, dadaisticamente teso come uno degli involucri di Christo da un capo all’altro della Casa Bianca, con la scritta QUI ABITA UN ESSERE UMANO. Era l’estate in cui – per la miliardesima volta – il casino, il pasticcio, il guazzabuglio si dimostrò più sottile dell’ideologia di questo e della moralità di quello. Era l’estate in cui il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l’America».
Erano le estati – le estati degli anni Novanta – in cui gente come Harvey Weinstein faceva il bello e cattivo tempo nell’industria cinematografica statunitense. Sono di quel decennio i suoi maggiori successi. Si comporta come il re di Hollywood. È un predatore sessuale a piede libero. Erano le estati – le estati degli anni Novanta – in cui Jeffrey Epstein, cambiato il nome della sua azienda in Financial trust company, trasforma la sua famigerata isola in un paradiso fiscale e in luogo di sopraffazione sessuale. È un predatore e un pedofilo a piede libero.
Erano le estati – le estati degli anni Novanta – quelle in cui, da pilota e supervisore di voli, il principe Andrea cerca di soddisfare le sue pulsioni erotiche con prepotenza e con stizza. Nel 1999 si fa fotografare nella residenza scozzese di Balmoral accanto a Jeffrey Epstein. Una giovanissima donna, Virginia Giuffre, morta suicida, avrebbe poi raccontato di essere stata costretta da Epstein ad avere rapporti sessuali con il terzogenito della regina Elisabetta. Nello scandalo di corte finisce anche l’ex ministro e ambasciatore Peter Mandelson, arrestato e tornato libero su cauzione: rivelava segreti all’amico finanziere.
Erano le estati – le estati degli anni Novanta – in cui Donald Trump si gode i lavori di rinnovamento del grattacielo newyorchese di settantadue piani che sarà ribattezzato Trump Building. Partecipa alle feste organizzate da Epstein.
Ah, che spensieratezza. Un’accolita di maschi generazione boomer – i nostri padri – se la spassa, con le tasche piene, il potere, il sesso. Niente di particolarmente originale: se non fosse che i loro istinti sessuali vengono soddisfatti ininterrottamente in virtù di una alleanza strategica fra potenti che diventa, in un numero ragguardevole di casi, abuso, sopraffazione, stupro, traffico di minori. Una ramificata organizzazione patriarcale che si fa sistema predatorio. Le vittime, nelle smaglianti estati degli “arrapati” (Randy Andy, Andrea l’arrapato è il nomignolo che l’ex principe si porta appresso da decenni), non esistono. Non hanno un nome, un volto, un rilievo. Loro, disinvolti, prepotenti, spensierati, non si sentono nemmeno in torto. Comprano i corpi, li sottomettono, li schiavizzano, e sembra tutto così scintillante: gli hotel a sette stelle, le piscine, le ville, le residenze da notabili, le isole-paradiso fiscale. Il sesso è il sesso, ma è anche una moneta di scambio. Il collante e l’alimento di un’alleanza vantaggiosa. Una questione di potere. «Il potere esiste in tutte le varietà dell’organizzazione sociale umana, più o meno controllato, usurpato, investito dall’alto o riconosciuto dal basso, assegnato per merito o per solidarietà corporativa o per sangue o per censo: è verosimile che una certa misura di dominio dell’uomo sull’uomo sia inscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari». Parole di Primo Levi, nel suo ultimo e disperato libro, I sommersi e i salvati. Sta parlando del potere «illimitato» dei kapò nei campi di sterminio. Sta parlando dei kapò di ieri e dei kapò di oggi.
A considerarli in un’altra luce, i già leggendari anni Novanta, guadagnano una prospettiva alterata: soprattutto, direi, in quanto all’invincibilità/impunità di cui i predatori sorridenti e charmant si sono sentiti corazzati. Nerd dell’informatica e registi. Finanzieri e intellettuali. Politici e imprenditori. Mostri? Benestanti, più che benestanti, con le camicie stirate e nessun limite morale. Quello fra loro che è diventato due volte presidente degli Stati Uniti, a un certo punto, se lo è fatto scappare di bocca: «C’è una cosa, la mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi». Quando? Dove? Come?
Assimilare Epstein al demoniaco, come pure viene fatto, è offrirgli un alibi. Lui l’incarnazione del Male, e loro? E tutti gli altri? Un sito che raccoglie i passaggi più inquietanti degli Epstein files allude, nel titolo, all’idea del Grande Cattivo. Costanti riferimenti a minorenni, a donne incinte. Compiacimenti per video di torture. Una fogna di perversioni, violenza mentale e fisica. Ma riportare la vicenda ai problemi psichiatrici di un essere umano maschio capace di manipolare e plagiare rischia di lasciare in ombra, tanto quanto i complottismi paranoici, le fake news, una verità più banale ed elementare. O la “normalità” oscena di una rete di uomini al potere: come ha scritto sul Times Helen Rumbelow, è la rivelazione di un vasto mondo nascosto, misogino e saturo di pornografia. Gli scambi quotidiani fra i notabili, il loro modo di pensare e di agire, complici e strafottenti. Capaci di ridurre le donne di cui parlano con disprezzo alla loro – testuale – «figa». Più nello specifico, nelle migliaia di mail: «figa giovane». E d’altra parte finiscono loro stessi per coincidere con il loro organo sessuale: c’è una ributtante prepotenza o tirannide del loro pene sui loro pensieri che si traduce nel rapporto che hanno con il mondo femminile. Commentano, offendono, bullizzano. Parlano di «cagne marce», di chili di troppo, di seni, di bocche da usare per il loro piacere.
Il mostro? Uno stupratore seriale e a volto scoperto (e sorridente): se Epstein è un demone – ha scritto opportunamente Giulia Paganelli (bolena.substack.com) – allora non dobbiamo indagare sulle banche che hanno spostato i suoi soldi, sui servizi segreti che hanno garantito la sua impunità o sui politici che hanno abitato le sue case. Il mostro è un parafulmine, vedete, attira su di sé tutta la tensione morale per impedire che l’analisi risalga l’intera filiera produttiva. È l’ultima menzogna del potere: farci credere che il male abusante sia un’eccezione prodigiosa, quando invece è la norma operativa del sistema». Oltre che un modo di essere/pensarsi maschi, che dovrebbe imporre a tutti i coetanei di Epstein, a (noi) figli e ai nipoti una radicale messa alla prova della nostra presunta differenza: in termini di relazioni, perfino in termini di fantasie. In una scena che praticamente apre il film di Sam Mendes American Beauty (anno 1999!) un quarantenne Kevin Spacey si masturba sotto la doccia pensando a una compagna di classe della figlia adolescente. L’isola di Epstein normalizza quella fantasia. La rende praticabile a dismisura. Uomini, a che cosa pensate, a che cosa pensiamo, masturbandoci? Per i maschi “comuni” restano fantasie. Per i ricchi e potenti diventano realtà. Senza misura, senza limiti, nella compiacenza, nell’omertà, nell’impunità.
Per quanto le citazioni artistiche o letterarie possano, riguardo a queste vicende, apparire oziose, non è effettivamente incongruo evocare il Pasolini di Salò, la sua visione repellente di una cittadella-isola in cui sesso e violenza si mescolano per soddisfare i desideri di un osceno drappello di gerarchi. E non è un caso che si passi da Sade: a risfogliare lo scandaloso romanzo Justine (1791), si trasecola incappando nelle descrizioni delle sevizie inferte a una ragazzina. A prendere la parola, per giustificarsi in quelle pagine sovraccariche di sesso violento, abusante e pedofilo, sono gli appartenenti ad autentiche «associazioni criminali»: «Non è la virtù che sorregge le nostre associazioni criminali, è l’egoismo»; «A cosa potreste appellarvi qui? All’equità? Noi non la conosciamo. All’umanità? Il nostro unico piacere è violarne le leggi. Alla religione? Non conta niente per noi... Non vi è niente del genere in questi luoghi, cara figliola. Qui non troverete che egoismo, crudeltà, depravazione e risoluta empietà. Non avete dunque altra scelta che l’assoluta sottomissione».

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