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4 marzo, 2026Il legale dei familiari del carabiniere ucciso con l’ambasciatore in Congo si rivolge alla Corte penale internazionale: la diplomazia si è frapposta alla verità sul delitto
Due inchieste, tra Roma e Kinshasa, finora inconcludenti; militari congolesi corrotti, la presenza di infiltrati ruandesi e agenti russi che avrebbero “lavorato “per depistare e cancellare prove. Azioni pianificate con la complicità di funzionari Onu, come ha rivelato il team dei legali della famiglia di Luca Attanasio nel punto stampa a Limbiate nel giorno del ricordo, celebrato con una messa dal cardinale Pietro Parolin a cui il presidente Sergio Mattarella ha affidato un messaggio per ribadire il bisogno di verità per le tre vittime dell’agguato. Cinque anni dopo, il delitto Attanasio resta avvolto in una coltre di misteri. Ma qualcosa di nuovo si muove in Procura a Roma.
Un esposto depositato a Piazzale Clodio la scorsa settimana, denuncia le responsabilità di personalità di alto livello della Farnesina. Ora spetterà al sostituto procurato Sergio Colaiocco valutare tutto e decidere se emettere o meno avvisi di garanzia. Una sola certezza, per ora, l’imboscata del 22 febbraio del 2021 in cui oltre all’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, persero la vita il carabiniere che gli faceva da scorta, Vittorio Iacovacci, e l’autista del World food programme, Mustapha Mihambo, aveva come obiettivo proprio il nostro diplomatico. Almeno questo è quanto ha evidenziato la perizia balistica di parte che conferma quanto rivelato a L’Espresso da varie fonti che erano sul posto nel giorno dell’agguato. L’unica “verità” giudiziaria, al momento, resta quella formulata dalla magistratura militare congolese.
«L’indagine relativa al triplice omicidio che ha avuto il proprio esito processuale in Congo, non lumeggia la verità. Per questo motivo, in base all’articolo 15 del relativo Statuto di Roma, abbiamo formulato un apposito esposto al procuratore presso la Corte penale internazionale al fine di ottenere, nell’ambito della giurisdizione di tale Corte, un procedimento che accerti movente e responsabili, anche attraverso la valutazione incidentale della caratura che, dalla nostra prospettiva, appare assai criticabile, del processo congolese». A parlare è l’avvocato Lorenzo Magnarelli, penalista cassazionista del Foro di Roma, difensore della famiglia Iacovacci, entrato nel procedimento dopo la chiusura del primo fascicolo per il quale era stata formulata dal pm, Colaiocco, la richiesta di rinvio a giudizio. Da quando la giudice per l’udienza preliminare, Marisa Mosetti, ha disposto il non luogo a procedere, riconoscendo l’immunità a Rocco Leone, uno dei due funzionari del Wfp accusati di «omesse cautele» e «omicidio colposo» (la posizione dell’altro indagato, Mansour Rwagaza, era stata precedentemente stralciata in quanto irreperibile) è iniziata una fase di stallo, determinata anche dalla mancata costituzione come parte civile del governo italiano.
«Credo che vi sia stata un’ingiusta ed ingiustificata invasione della diplomazia nel campo specifico che, invece, doveva essere governato soltanto dalla tecnica giuridica, che è stata accantonata a favore della diplomazia che ha svelato e continua a svelare che non vi è interesse a scoprire cosa sia accaduto a due servitori dello Stato che si trovavano lì per noi, per l’Italia. Si può affidare la giustizia a una partita a dadi con cui si gioca negli angoli dei bar di terzo ordine? Ne prendo tristemente atto. Ma io non ci sto», conclude Magnarelli. Dal fronte congolese, sin dall’inizio non c’è stata collaborazione. Tranne la trasmissione degli atti del procedimento a carico di sei presunti colpevoli dell’agguato, ovvero il processo di Kinshasa, che si è concluso con la condanna all’ergastolo per gli imputati. Una sentenza, come evidenzia l’avvocato Magnarelli, basata su una ricostruzione «fattuale criticabile». I sei condannati non avevano alcun legame con le vittime, né avevano un valido movente. In poche parole, un processo “orfano” dei mandanti. Una gravissima lacuna giudiziaria.
«Il paradosso è che l’ambasciatore Attanasio non è vittima di un “caso irrisolto”: ma di un caso congelato. Se norme e immunità nate per proteggere la cooperazione internazionale finiscono per impedire la verità, non stanno proteggendo la diplomazia: la stanno esponendo. Immunità non può diventare impunità», afferma l’onorevole di FdI Andrea DiGiuseppe che ha presentato un esposto alla Procura di Roma basato, tra l’altro, sui fatti svelati da un’inchiesta de L’Espresso. I nuovi elementi depositati a piazzale Clodio saranno portati anche all’attenzione del procuratore della Cpi dal testimone chiave sentito da L’Espresso nel corso di questi cinque anni di lavoro giornalistico investigativo. Più fonti, a oggi, indicano che Attanasio e i suoi accompagnatori non furono uccisi per errore durante uno scontro a fuoco incrociato. I colpi esplosi furono sparati dal basso verso l’alto, in quello che analisti esperti hanno definito «un attacco pianificato con precisione». Tutto fa pensare a un attentato motivato dalla scoperta di qualcosa di compromettente o di strategicamente sensibile. Il padre dell’ambasciatore, l’ingegnere Salvatore Attanasio, sostiene che il figlio sia stato assassinato perché probabilmente era venuto a conoscenza di fatti che non dovevano essere divulgati.
Tre diversi testimoni, incluso un alto funzionario delle Nazioni Unite, avvalorerebbero la tesi degli avvocati Rocco Curcio e Mario Scaramella. Al centro dell’affaire, le attività minerarie nella regione del Nord e Sud Kivu, dove si estrae il pirocloro-niobio, utilizzato in tecnologie all’avanguardia tra cui i sistemi di propulsione ipersonica delle armi militari. Ma cosa c’entra Attanasio in tutto questo? Due le ipotesi: il convoglio del Wfp con cui viaggiava insieme a Iacovacci, diretto in una zona tra Rutshuru e Lueshe distante dai percorsi ufficiali, non doveva arrivare sul posto, dove è situata una miniera controllata da una società russa. Oppure, ritengono più plausibile i legali, l’agguato a un ambasciatore era l’ideale casus belli per esasperare la tensione nell’area facendo ricadere la colpa sulle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, vicine al governo congolese. Ma a uccidere Attanasio sarebbero stati i ribelli dell’M23, che però smentiscono fermamente.
La tesi formulata dal team dei legali del padre dell’ambasciatore deve essere “necessariamente riscontrata da elementi di prova concreti, prove di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, che al momento non sono state prodotte”, sostengono fonti giudiziarie. L’ultima parola spetta al pm Colaiocco
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