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5 marzo, 2026Il 17 febbraio, dopo dodici ore di negoziati, Lima ha insediato il suo ottavo presidente in dieci anni. Ma nonostante le continue crisi istituzionali, il Pil è in rialzo
Il giorno dopo la nomina dell’ultimo presidente, il Perù si sveglia nell’indifferenza. Le strade di Lima sono affollate come al solito. È piena estate australe: la borghesia bianca ha raggiunto le villette a schiera, i circoli esclusivi, i grandi centri commerciali, i rifugi dorati che punteggiano la costa del Sud. Non sono i soli. Adesso anche la classe media, nata sull’onda del progresso degli Anni 90 del secolo scorso, si gode i privilegi da cui per tanto tempo era stata esclusa. Il resto, la massa di informali, quasi il 70 per cento della forza lavoro, si comporta come tutti i giorni. Si ingegna, si muove, cerca nuovi spunti per emergere e portare da mangiare a casa. Ma lo fa con i ritmi di sempre, rassegnata a un destino che la insegue dal 2016. Ha seguito con distacco quanto è accaduto nella notte di martedì 17 febbraio scorso. Un folto gruppo di parlamentari ha discusso, trattato, spesso urlato per 12 ore di fila prima di raggiungere un accordo, e i 78 voti necessari, sul nuovo nome da spedire sullo scranno più alto del Paese. Sinistra e destra si sono alleate. Per puro interesse particolare. Le vecchie ideologie sono scomparse. Tra quello che succede nel Palazzo e la vita all’esterno si è formato un baratro difficile da colmare. All’orizzonte si stagliano le elezioni presidenziali tanto attese ma pochi sono convinti che cambieranno la realtà politica del paese. Ci sono 34 candidati in lizza, più del doppio del 2021. Poco importa che José María Balcázar Zeleda, oscuro giurista di 84 anni, esponente di una sinistra radicale estinta, sia l’ennesimo presidente del momento. L’ottavo in dieci anni.
Un vero record per il Perù, caso istituzionale unico in Centro e Sud America. Con un dettaglio che lo rende una vera eccezione tra analisti politici ed esperti di economia. Nonostante la gravissima crisi costituzionale e politica, il piccolo Paese andino è il solo della Regione a registrare una crescita del 3,4 per cento del Pil; l’occupazione è in buona salute e l’inflazione resta sotto 2 punti percentuali. Il Perù è diventato un esempio di scuola. Ma la commedia che l’avvolge si è trasformata adesso in una tragedia greca. L’ultimo attore di questa farsa è noto perché favorevole ai rapporti sessuali precoci. «Aiutano il futuro psicologico di una donna», aveva spiegato mesi fa mentre si discuteva in Parlamento se abbassare l’età minima legale del matrimonio, fissata a 18 anni.
José María Balcázar è diventato presidente per caso. Nessuno, a meno di due mesi dalle elezioni del 12 aprile, si voleva bruciare su una sedia arroventata dagli scandali. Oltre al presidente si scelgono anche i 130 membri del Congresso. Tutti i deputati puntano alla conferma, ogni mossa può aprire la strada alla sconfitta o al successo. L’ultimo capo di Stato è stato sfiduciato dopo appena 130 giorni. Si chiamava José Jerí, 35 anni, ed era lo speaker del Parlamento. La Costituzione prevede che sia questa carica a prendere il posto del presidente dimissionario. Ma deve essere nominato con una maggioranza qualificata, senza ricorrere al voto popolare.
Ottenerla ha richiesto lunghe trattative, manovre e colpi di scena che si sono susseguiti nel chiuso del palazzo del Congresso. È qui che sorge il cuore della politica peruviana, il centro decisionale dove si annida il vero potere e degli affari che a suon di mazzette inquinano il Paese. Pur essendo una Repubblica presidenziale, il Perù è nei fatti una Repubblica parlamentare. Grazie a una legge, da loro votata nel 2016, i deputati riescono a influenzare i presidenti in base agli interessi del momento. La parte del leone, anche in questo caso, è stata giocata da Fuerza Popular, partito di centrodestra guidato da Keiko Fujimori, la figlia dell’ex dittatore Alberto. Ha la maggioranza in Parlamento ed è in grado di spostare i voti. Decide senza governare.
José Jerí era l’uomo più utile del momento. Non era un nome noto, ma bastò poco per scoprire che era stato accusato in passato di violenze sessuali. Un’accusa rimasta appesa senza mai arrivare a un processo. Lo hanno fatto governare per quattro mesi; quindi, hanno deciso che era venuto il momento di sfiduciarlo. È stato travolto dallo scandalo chiamato Chinagate: ha incontrato, camuffato e di nascosto, in un ristorante, alcuni imprenditori cinesi condannati per corruzione e ha ospitato per notti intere dentro il palazzo presidenziale dei gruppi di ragazze che sono state poi da lui assunte con incarichi amministrativi su cui indaga la magistratura. Con ben sette mozioni lo hanno sfiduciato per impeachment. È finito in manette.
Ma non è l’unico. Lo hanno preceduto in molti. Il primo fu Pedro Pablo Kuczynski, economista di fama, vincitore alle elezioni del 2016. Era considerato il simbolo della lotta alla corruzione. Governò due anni. Nei suoi conti esteri vennero trovate parte delle tangenti pagate dalla holding delle costruzioni brasiliana Odebrecht. È stato condannato a 24 anni di carcere. Da allora nulla è stato come prima. Nel 2018 il Congresso corre ai ripari e nomina Martín Vizcarra, anche lui inseguito da alcune ombre di speculazioni edilizie mai chiarite. Resiste due anni. Lo accusano di tramare alle spalle del Parlamento che lo inchioda con una mozione di sfiducia. È arrestato.
Sdegnati e furibondi, i peruviani scendono in piazza. Ci sono scontri e battaglie campali. Chiedono nuove elezioni. Il Congresso resiste, arroccato nel suo palazzo. Propone un nuovo nome: Manuel Marino. La scelta è talmente assurda, per la nota incompetenza del candidato, da essere considerata una provocazione. La rivolta è generale. Governerà soltanto per due settimane. Il Perù è sul ciglio di un vulcano che ribolle. Si punta su Francisco Agasti, ingegnere e docente, una figura pulita, estranea ai giochi di palazzo, alle spalle diversi incarichi in organismi internazionali. Farà da ponte verso le elezioni del 2021 che si svolgono in un clima infiammato. C’è un oscuro maestro elementare della provincia di Cajamarca, origini indigene, che si afferma al primo turno e si scontra al ballottaggio con la leader di Fuerza Popular Keiko Fujimori, al suo terzo tentativo. Si chiama Pedro Castillo, vincerà per un pugno di voti dopo una battaglia furibonda con centinaia di migliaia di contadini che sfilano per le vie di Lima. Tenterà un autogolpe che naufragherà prima ancora di iniziare. Fugge tra la folla che lo insegue mentre tenta di raggiungere l’ambasciata del Messico. Sarà arrestato, processato e condannato per attentato alla costituzione. È ancora in carcere.
Il Congresso, padrone assoluto del campo, pensa a un ricambio e nomina la vice di Castillo. Si chiama Dina Boluarte, è una donna, anche lei viene dalla provincia. Il Perù si ribella, scende di nuovo in piazza. La rivolta si spegne nel sangue. Ci sono 50 morti per mano della polizia e dell’esercito. Non hanno mai avuto giustizia. La Boluarte governa per tre anni. Segue le regole di chi l’ha nominata. Ma cade anche lei travolta dagli scandali. Con lei la criminalità aumenta e si raggiunge il picco degli omicidi: 5,5 al giorno. Le piccole e grandi mafie allargano i loro tentacoli, estorcono e taglieggiano. Persino gli autisti del trasporto pubblico, taxi compresi, sono presi di mira, feriti e uccisi se rifiutano di pagare la tassa di passaggio. Dina Boluarte viene sfiduciata dal Congresso a fine 2025. È la volta di José Jerí. Seguito, poco dopo da José María Balcazar. Tutti nominati e tutti fatti fuori dal Parlamento.
Hanno illustri predecessori come Alberto Fujimori, Alejandro Toledo e Ollanta Humala. Solo Alan Garcia, figura mitica della vecchia classe politica, anche lui inghiottito dagli scandali, ha scelto di suicidarsi piuttosto che finire un carcere. Si è sparato un colpo di pistola alla tempia mentre gli agenti salivano le scale della sua casa per andarlo ad arrestare.
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