È un risultato che non soddisfa nessuno», ha detto Sha Zukang, segretario generale della conferenza Rio +20 delle Nazioni Unite, chiudendo le sessioni. Sha ha ragione, in buona parte. Di sicuro, nessuno tra chi aveva a cuore l'obiettivo dichiarato dell'importante conferenza di alto profilo - ridurre la povertà globale preservando al contempo i sistemi a supporto della vita del pianeta - ha potuto ritenersi soddisfatto. Il documento finale sottoscritto da quasi 150 governi è eloquente, ma privo di forza: si intitola "The future we want", il futuro che vogliamo, e ribadisce principi e obiettivi di grande spessore, come la necessità di «promuovere l'armonia (dell'economia) con la natura». La nobile intenzione, però, è vanificata dall'assenza di cambiamenti politici concreti, e per di più è priva dei capitali indispensabili ad attuarli. Bill McKibben, scrittore specializzato in questioni ambientali e fondatore del gruppo di attivisti 350.org (si è unito a una folla di giovani che hanno interrotto le sessioni cantando «Questo non è il futuro che vogliamo», prima che gli agenti della sicurezza li scortassero fuori), ha fatto notare che i rappresentanti dei governi hanno dichiarato nel testo finale di «sostenere» i necessari interventi ben 148 volte, ma hanno affermato di «avere intenzione» di agire soltanto tre volte.
LA CONFERENZA RIO +20 è stata la continuazione dell'epocale Summit della Terra del 1992, che per la prima volta inserì nell'agenda internazionale la sfida di armonizzare il benessere economico e la protezione dell'ambiente. È strabiliante, ma nonostante 20 anni di ulteriori dimostrazioni e conferme, a dispetto di ulteriori acquisizioni scientifiche su come gli esseri umani stanno rovinando irrimediabilmente il loro ambiente, Rio +20 ha ottenuto ancora meno risultati del Summit della Terra. Probabilmente, il monito più sobrio è stato quello contenuto in uno studio pubblicato sulla rivista "Nature" a una settimana dall'inizio della conferenza: un team guidato dal biologo Anthony Barnosky dell'Università della California ha appurato che il clima terrestre si surriscalda sempre più rapidamente e che la scomparsa di innumerevoli specie vegetali e animali prosegue. Questi e altri trend inquietanti stanno portando il pianeta a un punto di svolta che in qualche decennio potrebbe provocare un decadimento irreversibile dei sistemi naturali che assicurano cibo, acqua e altri servizi vitali. Nonostante ciò, a Rio +20 i governi hanno fatto poco più che «decidere di organizzare altre conferenze»: lo ha riferito l'Associated Press con la consueta sobrietà.
La conferenza Rio +20 ha esplicitamente bocciato la mancata attuazione di uno dei provvedimenti più efficaci che i governi avevano detto di voler varare per contrastare il riscaldamento del clima: abrogare i sussidi al petrolio, al carbone e ad altri combustibili fossili che offrono alle Corporation una sorta di incentivo economico per incrementare le emissioni di gas serra. Eppure, c'era stato di che ben sperare: su invito pressante del presidente Barack Obama, i leader delle nazioni del G-20 nel 2009 si erano messi d'accordo per abolire una volta per tutte i sussidi ai combustibili fossili. Questa volta, però, Obama non si è premurato di partecipare alla conferenza Rio +20, e tanto meno di coalizzare i vari paesi per scongiurare una catastrofe planetaria. E o i suoi più stretti collaboratori presenti alla conferenza sono ritornati al solito modus operandi: hanno cancellato dal testo del documento conclusivo qualsiasi riferimento a «modelli non sostenibili di consumo e di produzione».
Ecco perché Sha Zukang ha ragione almeno in parte quando dice che la conferenza «non soddisfa nessuno». In verità, il fallimento del vertice è stato una buona notizia per quel piccolo gruppo di persone e di aziende, per altro molto influenti, che traggono vantaggi dal perdurare dello status quo. Gro Bruntlandt, che in qualità di primo ministro norvegese nel 1987 aveva diffuso presso l'opinione pubblica globale il concetto di "sviluppo sostenibile", concorda sul fatto che il potere delle corporation è stato un elemento cruciale e determinante ai fini del fallimento di Rio +20 e ha dichiarato alla Bbc che «nel nostro sistema politico le multinazionali e tutti coloro che hanno un potere economico influenzano i decision-maker della politica».
IL FALLIMENTO di Rio +20 è anche istruttivo: gli attivisti che si battono per l'ambiente e la lotta alla povertà spesso agiscono come se il vero problema fosse la mancanza di informazione, e quindi informano i leader politici in modo che questi ultimi possano prendere decisioni migliori. Invece l'esperienza degli ultimi 20 anni dimostra che fare appello alla coscienza e al buonsenso della leadership globale non serve. In verità, si dovrebbero modificare i calcoli politici di quei leader, li si dovrebbe intimorire con la prospettiva di un'opinione pubblica consapevole e stimolata, tanto quanto lo sono dai piccoli interessi che traggono beneficio dal perdurare dello status quo. Esistono vari modi per perseguire l'obiettivo, dal bocciare alle urne i politici allo scendere in piazza in segno di protesta. Se davvero auspichiamo di poter invertire per tempo la rotta di questa nave che sta per affondare, non esiste niente di meglio che dar vita a un'azione politica di massa, a prescindere da quale forma questa possa assumere.