Le gravi minacce del candidato repubblicano non hanno provocato reazioni in Cina. Perché non sono giudicate credibili

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Mao Zedong, lo scomparso dittatore cinese, preferiva i repubblicani americani per fare affari. La scelta doveva apparire sicuramente strana, essendo egli un rivoluzionario di estrema sinistra. Ma aveva le sue buone ragioni. I democratici americani – aveva spiegato – erano di sinistra per finta, mentre i repubblicani erano davvero di destra, ed egli riponeva fiducia in coloro che si consacrano con franchezza alla propria ideologia.

Se Mao fosse vivo, oggi potrebbe voler ritornare sulle proprie opinioni riguardo ai repubblicani, in quanto la loro politica nei confronti della Cina – quanto meno sulla carta – è di gran lunga più inflessibile di quella dei democratici. Nell'eventualità di una vittoria di Mitt Romney, il loro candidato alla presidenza, quasi certamente i rapporti tra Stati Uniti e Cina si guasterebbero.

ROMNEY HA SCELTO la politica della linea dura per tutto ciò che concerne le questioni della sicurezza nazionale. Praticamente, ha definito la Russia il nemico geopolitico numero uno dell'America e ha espresso esplicitamente il suo sostegno a un possibile attacco da parte di Israele agli impianti nucleari iraniani. Per quanto riguarda la Cina, Romney ha assicurato che il giorno stesso in cui metterà piede alla Casa Bianca la chiamerà ufficialmente "un falsificatore di valuta", mossa destinata a innescare rapidamente una guerra commerciale con Pechino, che porterebbe dritto dritto a tariffe doganali molto più alte sulle merci cinesi.

Quando si è insediato alla Casa Bianca, l'attuale presidente Barack Obama ha cercato di allacciare un rapporto strategico molto più forte con Pechino con tutta una serie di iniziative cordiali e di facilitazioni. In realtà, però, i suoi sforzi non sono stati coronati da grandi risultati, in buona parte a causa della riluttanza cinese e della mancanza di reciprocità. In reazione a ciò, il presidente Obama ha iniziato quindi ad adottare una strategia maggiormente ispirata alla realpolitik nei rapporti con Pechino. Dal punto di vista economico, ha imposto alle importazioni cinesi sanzioni maggiori rispetto a quelle praticate da George W. Bush, ma si è ben guardato dal chiamare la Cina "un falsificatore di valuta".

Nell'ambito della sicurezza nazionale, i cambiamenti sono stati di gran lunga più appropriati: Washington ha efficacemente utilizzato tutta la propria influenza e il proprio peso politico per dare sostegno a Giappone, Vietnam e Filippine nelle rispettive dispute territoriali con la Cina

LA NUOVA STRATEGIA adottata da Obama ha irritato alquanto la Cina, ma non si è certo avvicinata allo scontro diretto. Al contrario, la politica dei repubblicani nei confronti della Cina, così come la sostiene Romney, rischierebbe di portare a un pericoloso scontro aperto con Pechino. Perché mai un ex dirigente d'impresa, per altro avveduto, avrebbe intenzione di adottare un atteggiamento così imprudente?

La risposta più ovvia è che si tratta semplicemente di opportunismo politico. Siamo in piena campagna elettorale e, come sempre, è facile prendere di mira la situazione di politica estera che il presidente in carica lascerebbe allo scadere del suo mandato. Per quanto riguarda la Cina, la presunta sottovalutazione della moneta cinese si presta molto bene ai fini della campagna elettorale, perché mette in luce la debolezza e gli errori di Obama, e dare risonanza a questa controversia potrebbe aiutare Romney a conquistare il favore degli elettori appartenenti alla classe operaia che hanno perso i loro posti di lavoro a vantaggio della concorrenza cinese. Inoltre, Romney ha scelto come collaboratori veri e propri falchi in politica estera, con la sola eccezione di Robert Zoellick, un repubblicano moderato che si è dimesso da poco dalla presidenza della Banca mondiale per ricoprire il ruolo di suo consigliere personale in fatto di sicurezza nazionale. Alcuni di questi falchi sono neo-con, per esempio John Bolton, già in servizio durante il primo mandato di George W. Bush. Altri sono strateghi severi, molto scettici nei confronti di una Cina potente.

PER IL MOMENTO la stridula retorica repubblicana nei confronti della Cina può aver innervosito Pechino, ma la leadership cinese è rimasta tranquilla. In questa fase, infatti, inveire contro Romney e i repubblicani peggiorerebbe soltanto le cose. Pechino rischierebbe di inimicarsi i repubblicani senza motivo. La dirigenza cinese, inoltre, ritiene che questo modo di esprimersi nei confronti della Cina, criticandola aspramente, sia soltanto boria e che, una volta presidente, Romney non sarebbe così pazzo da portare a buon fine le sue minacce. Evidentemente, a differenza del presidente Mao, a Pechino gli odierni dirigenti credono che anche i repubblicani siano fasulli.

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