Dopo 76 anni di imposizioni, fughe, espulsioni, sradicamento dalla propria terra ed espropriazione dei loro beni, i palestinesi si trovano a dover fronteggiare una nuova Nakba, quella “catastrofe”, come l’hanno chiamata, che durante la guerra arabo-israeliana del 1948 li ha costretti ad abbandonare case, città e villaggi della Cisgiordania per un futuro di rifugiati senza patria e senza identità, e far posto al nascente stato ebraico.
Furono in 750mila, allora, a dover prendere la strada dei campi profughi del Libano, della Siria, della Giordania e dell’Iraq. Oggi, se passerà il piano annunciato in pompa magna dall’imperatore del mondo, Donald Trump, di trasferire i palestinesi di Gaza in Giordania, in Egitto e in altri luoghi, per trasformare la Striscia nella “Riviera del Medio Oriente”, saranno oltre un milione e mezzo i palestinesi condannati all’ennesimo ingiusto esilio, come se gli abitanti di Gaza non fossero nella stragrande maggioranza i discendenti delle famiglie arabe già una volta costrette a fuggire o espulse nelle guerre del 1948 e del 1967, e non fossero le vittime dell’ultimo conflitto scatenato da Israele dopo il massacro delle comunità ebraiche al confine con la Striscia, compiuto da Hamas il 7 ottobre del 2023.
Ma, anche se la protervia di Trump, subito puntellata dall’opportunismo di Benjamin Netanyahu, non troverà, almeno così sembra, vista l’ondata di indignate reazioni suscitate dal suo “piano”, una facile traduzione nella realtà, sarà molto difficile, se non impossibile, che il nuovo quadriennio di Trump alla Casa Bianca veda una equa e soddisfacente soluzione del conflitto più lungo e incancrenito dell’era moderna.
Nel proporre l’idea, illegale e immorale, prima ancora che bislacca, di «prendere il controllo di Gaza» (in verità Trump ha evocato una vera e propria“ownership”, cioè “proprietà” della Striscia che sarebbe ceduta agli Stati Uniti da Netanyahu, non si capisce in base a quale titolo) e costringere quindi la popolazione di Gaza a trasferirsi altrove, il presidente americano si è perfettamente allineato con l’estrema destra sovranista e messianica, oggi al governo d’Israele, seguace dell’insegnamento del suo vate ispiratore, il rabbino Meir Kahane, fondatore del partito razzista Kach, e sostenitore del “trasferimento forzoso” dei palestinesi lontano dalla Terra d’Israele, destinata per volontà divina esclusivamente al “popolo eletto”.
Al di là delle giustificazioni più o meno ideologiche inventate per l’occasione, se il piano di Trump dovesse prendere corpo sarebbe una vera e propria pulizia etnica come, secondo lo storico israeliano Ilan Pappé, fu la Nabka del 1948, motivata stavolta da mirabolanti e poco credibili ragioni economico-speculative, se non falsamente umanitarie nei confronti dei palestinesi, ormai costretti a vivere in una Striscia di Gaza ridotta, come dice Trump, a un «sito di macerie». Ma è del tutto evidente che allontanando il popolo palestinese con le sue rivendicazioni nazionali e il suo bisogno di Stato da Gaza prima e dalla Cisgiordania poi, si cancellerebbe anche la ragion d’essere del conflitto, la stessa “questione palestinese”. Per questo Netanyahu, ammesso che non ne sia stato informato in anticipo, è corso a elogiare il piano di Trump, dicendo che «l’idea fuori dagli schemi del presidente era in grado di cambiare tutto». Vale a dire tutto lo scenario mediorientale, allontanando per sempre quell’idea di Stato palestinese che il premier israeliano e i suoi alleati di governo così tanto aborriscono.
A ben guardare, nella proposta di Trump non c’è nulla di nuovo rispetto alle idee che girano da sempre nel suo entourage. Circa un anno fa, era stato l’onnipotente genero del presidente, Jared Kushner, giovane mago dell’imprenditoria, già consigliere e inviato speciale del sovrano per il Medio Oriente, a proporre di spostare i palestinesi di Gaza, come un pacco postale, nel deserto del Negev, e trasformare la Striscia, con il suo prezioso litorale lungo 40 chilometri e le sue acque un tempo cristalline, in un resort per ricchi, da costruire su un’immensa tomba con decine di migliaia di cadaveri.