Opinioni
15 gennaio, 2026Articoli correlati
Perché l’intervento americano non assomiglia ai molti precedenti storici
Si potrebbe derubricare l’intervento americano in Venezuela con un “nulla di nuovo”. In fondo, nell’ultimo mezzo secolo gli Stati Uniti sono già intervenuti, e più di una volta, negli affari interni dei altri Paesi. Nel 1983 gli Usa invasero Grenada, sotto la presidenza Reagan. Noriega, leader di Panama, venne “arrestato” dalle forze americane nel 1989 quando presidente era Bush padre. Nel 2003, con Bush figlio al comando, gli Usa invasero l’Iraq. E i bombardamenti americani in Libia nel 2011, ordinati da Obama, svolsero un ruolo importante nella caduta di Gheddafi.
Ci sono però due importanti differenze rispetto a quei casi, differenze che hanno implicazioni sui futuri equilibri mondiali.
La prima riguarda l’obiettivo dell’intervento, che è risultato evidente durante la conferenza stampa di Trump il 3 gennaio: non tanto il cambiamento di un regime dittatoriale avverso agli Stati Uniti con uno democratico favorevole agli Usa, ma un cambiamento di leadership (sembrerebbe che all’amministrazione americana vada bene se gli affari domestici venezuelani continueranno a essere gestiti dalla vice-presidente di Maduro, in continuità col regime precedente) e un controllo del settore petrolifero da parte americana, forse anche con boots on the ground, motivato dal fatto che quel petrolio, in fondo, era americano perché gli impianti di estrazione erano stati costruiti da imprese Usa.
L’attacco al Venezuela appare così più simile alle azioni imperialistico-coloniali del XIX secolo che alle operazioni di «esportazione della democrazia» degli ultimi decenni.
La seconda differenza riguarda il fatto che i passati interventi americani erano avvenuti quando esisteva nel mondo soltanto un Paese egemone, gli Stati Uniti d’America, mentre ora questi ultimi si devono confrontare anche con la Cina, ormai equivalente in termini di potere economico e politico. Che implicazioni avrà l’intervento in Venezuela per la relazione tra i due Paesi? Dipende da quali sono le intenzioni di Trump a livello globale, il che non è ancora chiaro.
L’interpretazione più diffusa è che l’intervento americano sia volto a riaffermare che le Americhe sono zona d’influenza a stelle e strisce. A Trump interessa questo e sarebbe disposto a tollerare forme di imperialismo messe in atto dalla Cina e dai suoi alleati (vedi Russia) nelle proprie aree di influenza (vedi Taiwan e Ucraina). Una spiegazione alternativa è che gli Stati Uniti vogliano invece ribadire la loro leadership a livello mondiale, per cui il proprio interventismo non significherebbe l’accettazione di un simile interventismo da parte di altri.
La seconda prospettiva sembrerebbe la più preoccupante per la pace mondiale, perché comporterebbe un rischio più immediato di un conflitto tra le due Nazioni egemoni: un attacco a Taiwan non sarebbe accettato dagli Usa in quanto avvenuto in un’area di influenza cinese, ma sarebbe un casus belli.
Ma anche nel primo caso, credo ci sia da preoccuparsi: non sarebbe la prima volta nella Storia che la logica delle sfere di influenza porta a tensioni su quali esattamente siano tali sfere. Sia come sia, si tratta di un completo disastro per quel tentativo di risolvere i contrasti tra Nazioni in un contesto multinazionale basato sul diritto internazionale, che aveva seguito le due guerre mondiali del XX secolo.
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