Opinioni
15 gennaio, 2026Il criterio non può essere la convenienza contingente. Ma la ricerca di un equilibrio condiviso
C’è qualcosa di rassicurante nel dibattito italiano sulla legge elettorale che per la politica sarà il primo vero campo di battaglia del 2026. Cambiano i governi, mutano i nomi dei sistemi di voto, si alternano maggioranze e opposizioni, ma il copione resta sempre lo stesso. Chi governa sostiene di voler «semplificare», «rendere governabile» il Paese. Chi sta dall’altra parte grida allo scippo democratico e avverte che «agli italiani interessano ben altre priorità». È una liturgia che si ripete da decenni, con la puntualità di una festività civile. Il testo che accompagna l’ennesima riforma annunciata dal centrodestra non fa eccezione. Premio di maggioranza, numeri parlamentari pronti all’uso, opposizione che promette barricate a Palazzo Madama. Tutto previsto, tutto già visto. E forse è proprio questa prevedibilità il dato più sconfortante: non tanto perché segnala uno scontro politico, che in democrazia è fisiologico, ma perché rivela l’incapacità cronica di distinguere tra l’interesse di parte e l’interesse delle regole.
Eppure non è sempre stato così. La memoria istituzionale è corta, ma non inesistente. Trentatré anni fa, nell’estate del 1993, il Parlamento si trovò davanti a un compito ben più delicato di quello attuale: tradurre in legge l’esito di un referendum che aveva messo in soffitta il proporzionale. Il governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi non aveva una maggioranza politica forte, né un interesse diretto da difendere. Aveva però un mandato chiaro e una consapevolezza diffusa: le regole del gioco non possono nascere come un regolamento di condominio scritto dall’inquilino dell’attico. Il risultato fu un compromesso vero, non una tregua armata. Merito anche di due figure che oggi sembrano appartenere a un’altra specie politica: Paolo Barile, giurista prestato alla politica, e Sergio Mattarella, allora deputato sobrio e paziente, oggi custode del metodo repubblicano dal Colle più alto. Il dissenso non mancò, ma trovò una forma non distruttiva: l’astensione. E così nacque il Mattarellum, approvato senza forzature, senza colpi di mano, senza sospetti di truccare le carte.
Oggi le condizioni sono diverse, certo. Non c’è un referendum a indicare la strada, non c’è una transizione di sistema in atto. Ma proprio per questo stupisce la disinvoltura con cui si torna a trattare la legge elettorale come un’arma tattica. Ogni premio di maggioranza “aggiustato”, ogni soglia calibrata, ogni meccanismo pensato per rendere la vittoria più probabile manda lo stesso messaggio implicito: il consenso è un problema tecnico, non un fatto politico. La storia recente dovrebbe suggerire maggiore prudenza. Dal Porcellum voluto dal governo Berlusconi al Rosatellum approvato dall’ultimo governo a guida Pd, nessuno è riuscito a costruirsi addosso una legge elettorale che funzionasse come previsto. Chi aveva cambiato il meccanismo del voto pensando che gli assicurasse la vittoria è stato puntualmente sconfitto.
La lezione che viene dal passato non è nostalgica, ma politica. Quando si riscrivono le regole fondamentali della rappresentanza, il criterio non può essere la convenienza contingente. Deve essere la ricerca, faticosa ma necessaria, di un equilibrio condiviso. Perché la democrazia, alla fine, presenta sempre il conto. E lo fa quando i cittadini vanno a votare, o decidono di non farlo più. È questo il vero rischio che oggi dovrebbe preoccupare chi si appresta a cambiare ancora una volta le regole del gioco. Non l’esito immediato della prossima elezione, ma la qualità della democrazia italiana.
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