Opinioni
16 gennaio, 2026Sosteniamo l’Iran che vuole ritrovare l’indipendenza dal regime e dalle ingerenze americane
Non lasciamoli soli. È l’appello che sentiamo il dovere di lanciare, dedicando la copertina di questo numero alla rivolta dei cittadini iraniani contro la teocrazia degli ayatollah. Perché ciò che sta accadendo oggi nelle piazze di Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz non è una crisi lontana, incomprensibile. È una lotta che parla anche a noi, ai nostri valori, alla nostra idea di libertà.
I meno giovani fra noi hanno ancora negli occhi le immagini drammatiche dell’assalto all’ambasciata americana e degli ostaggi incappucciati, simbolo di una rivoluzione che nel 1979 travolse il regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi. Era l’inizio di un’epoca nuova: la fuga e l’esilio dello scià, il ritorno trionfale da Parigi dell’ayatollah Khomeyni, l’illusione, coltivata anche da una parte dell’Europa progressista, che quella rivolta fosse l’occasione per emancipare un popolo dall’autoritarismo e dalla sudditanza all’Occidente. E invece la crisi degli ostaggi, protrattasi fino al 1981, fu solo l’anticamera di quarant’anni di repressione, di declino economico nonostante i proventi del petrolio, di guerre per procura e sogni nucleari.
Oggi quel regime teocratico degli ayatollah appare aver fallito su tutta la linea. L’Iran, culla di una civiltà millenaria, è ridotto a polveriera: economia in ginocchio, disoccupazione giovanile al 40%, inflazione galoppante. Aveva promesso giustizia ma ha prodotto repressione, aveva invocato la dignità nazionale ma negli anni ha costruito isolamento, povertà, paura. Ad aggravare la situazione interna la pressione internazionale che il Paese subisce da mesi: prima i raid dell’aviazione israeliana, poi le bombe anti-bunker dei B-2 americani di Trump che hanno colpito i siti nucleari, ridimensionando il sogno di deterrenza atomica. Il regime non riesce più a difendere i propri cieli, mentre le casse dello Stato sono prosciugate dall’acquisto dei missili balistici per “esportare la rivoluzione” in Yemen, Libano e Gaza.
La risposta degli ayatollah alle proteste di piazza di questi giorni è stata durissima: arresti di massa, migliaia di vittime, soprattutto giovani, documentate dai video che riescono a uscire clandestinamente dal Paese nonostante l’isolamento e la sospensione dei collegamenti internet. Colpisce, in questa rivolta, anche la sua ambiguità. Infatti nelle piazze c’è anche chi invoca il ritorno della monarchia, chi guarda al figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, oggi in esilio negli Stati Uniti, come a un’ancora di salvezza. È un segno della disperazione più che di una nostalgia lucida: il nome Pahlavi divide ancora profondamente gli iraniani, dentro e fuori dal Paese. E non cancella il fatto che anche quel passato non brillava certo per democrazia.
Il rischio oggi è che il popolo iraniano resti solo, mentre protesta, chiedendo aiuto per ottenere libertà individuali, diritti civili, tolleranza e migliori condizioni economiche di vita. E qui il nostro sostegno diventa prezioso: per la libertà delle donne velate loro malgrado, per i giovani che sognano una vita normale, per un Iran che riesca a ritrovare la democrazia, libero dal fondamentalismo islamico e dai suoi eccessi, ma anche indipendente e non soggetto alle minacce di intervento degli americani.
Intanto se il regime crollerà, o se verrà costretto a cambiare, sarà grazie al coraggio di cittadini che stanno pagando un prezzo altissimo. A loro dobbiamo attenzione e solidarietà. Non lasciamoli soli.
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