Opinioni
22 gennaio, 2026Siamo ancora capaci di discutere di riforme senza trasformarle in plebisciti identitari?
C’è un momento, nella vita democratica di un Paese, in cui il dissenso smette di essere una crepa e diventa una lente. Non frattura che divide, ma strumento che mette a fuoco. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati ha prodotto esattamente questo effetto: ha reso visibile una linea di faglia che attraversa il centro-sinistra, costringendo tutti – partiti, élite, cittadini – a interrogarsi non soltanto sul merito della riforma, ma sulla natura stessa del giudizio politico.
Perché ciò che colpisce non è tanto l’esistenza di un dissenso, quanto la sua qualità. Non si tratta di voci marginali, di intemperanze individuali, di deviazioni estemporanee. È un dissenso strutturato, argomentato, autorevole. Porta con sé storie, biografie, culture politiche che hanno contribuito a edificare l’architettura della Repubblica. Ed è proprio questa la novità imprevista: il fatto che la critica non venga “da fuori”, ma emerga dall’interno del campo che si considera, per tradizione e identità, custode della Costituzione.
C’è dunque un fronte vasto che dice No perché la riforma è proposta dalla destra, perché viene percepita come un attacco ai magistrati, perché rompe l’equilibrio tra i poteri (e perché spera che la sconfitta del Sì travolga anche il governo Meloni). Ma in gioco non c’è soltanto una riforma dell’ordinamento giudiziario. In gioco c’è il rapporto tra politica e diritto, tra potere e garanzie, tra l’idea di giustizia come funzione dello Stato e la giustizia come potere autonomo. Da qui il dissenso di nomi importanti del centro-sinistra. Un fronte che va dal più celebre pubblico ministero della Prima Repubblica, Antonio Di Pietro, ad Augusto Barbera, che prima di diventare presidente della Corte Costituzionale è stato un autorevole parlamentare del Pci e del Pds.
Certo, ai partiti questo dissenso non fa piacere. Ma la democrazia vive proprio di queste fratture consapevoli, di queste eresie civili che costringono a uscire dal recinto dell’appartenenza. E del resto la storia referendaria italiana è punteggiata da momenti in cui le coscienze hanno attraversato i confini dei partiti, mettendo in crisi le discipline di schieramento. Ma ogni volta che accade, il sistema politico sembra sorpreso, quasi infastidito. Come se il cittadino pensante fosse un’anomalia, e non la misura stessa della sovranità popolare.
Eppure è in questi spazi di dissenso che la democrazia respira. È qui che l’elettore viene sottratto alla logica binaria del tifo e restituito alla complessità della scelta. È qui che la politica smette di essere un atto di obbedienza e torna a essere un esercizio di responsabilità.
La domanda, allora, non è se la separazione delle carriere sia giusta o sbagliata. La domanda più profonda è se siamo ancora capaci di discutere di principi senza ridurli a bandiere, di riforme senza trasformarle in plebisciti identitari. Se siamo disposti ad accettare che la lealtà alla Costituzione possa esprimersi anche attraverso il dubbio, e non solo attraverso la difesa dell’esistente.
In questo senso, il dissenso nel centro-sinistra non è una debolezza. È un segnale. Indica che sotto la superficie della polarizzazione sopravvive una domanda di pensiero, di autonomia, di libertà. Ed è forse da qui, da questa inquietudine ragionata, che può ripartire una politica all’altezza della sua storia.
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