Opinioni
22 gennaio, 2026L’operazione in Venezuela ha scosso il fronte. E il trumpismo da collante diventa un fattore divisivo
C’è un nuovo cleavage in città. La politica dell’età contemporanea in Europa si è organizzata intorno ad alcune fratture sociali, indagate dalle teorie dello sviluppo politico di studiosi quali Stein Rokkan e Seymour Martin Lipset. Da esse sono nati i partiti che hanno strutturato i sistemi rappresentativi per come li abbiamo conosciuti, tra alti e bassi, fino ai giorni nostri, fornendo la spina dorsale della politica della modernità post-illuministica. Fratture come quelle tra città e campagna, fra centro e periferia (tornata in auge da qualche tempo a questa parte), tra capitale e lavoro; come pure dentro la stessa parte politica: si pensi a quella tra gradualisti e massimalisti che ha animato la sinistra del Novecento, dividendo socialdemocratici e socialisti dai comunisti.
Un cleavage imprevisto si sta così facendo strada fra le destre che siedono al governo, e anche se la premier e leader di FdI Giorgia Meloni si produce nei consueti equilibrismi di politica estera questa ennesima frattura con la Lega balza all’occhio e appare sempre più palese. Il trumpismo da cemento e denominatore comune si sta appunto convertendo in presupposto di frattura e cleavage ulteriore fra i partiti della maggioranza. Chi lo avrebbe mai detto (sebbene, come noto, la politica sia piena di geometrie variabili)? Fino al recente blitz in Venezuela, imperava a destra la corsa all’accreditamento senza fine nei confronti del presidente statunitense, mostrandosi “più realisti del re”. L’esfiltrazione di Nicolás Maduro – per il cui destino personale di oppressore del suo popolo, massacratore di prigionieri politici e sequestratore di innocenti come l’operatore umanitario Alberto Trentini, non si devono certo versare delle lacrime – ha terremotato il fronte destro. Da un lato, l’adesione entusiastica – cui ha fatto seguito qualche distinguo – all’«operazione speciale» Usa di Meloni, dall’altro l’indignazione di Matteo Salvini e della Lega, i filoputinisti che si scoprono improvvisamente paladini del diritto internazionale. E, negli Stati Uniti, crescono i mal di pancia di vari settori dell’isolazionista movimento Maga – dalle star come la ripudiata ex pasionaria trumpista Marjorie Taylor Greene e Steve Bannon sino a legioni di militanti comuni – rispetto alla politica internazionale interventista ed espansionista dell’amministrazione, che dà quasi l’impressione di una rivincita del “vecchio Gop”; e, infatti, il segretario di Stato Marco Rubio, che ha origini cubane, è anche l’uomo di collegamento per eccellenza con il tradizionale establishment repubblicano. E anche se Trump spergiura di essere sempre totalmente adorato, e che nessuno si permetterà contestazioni dirette nei suoi confronti, la spaccatura esiste. L’affaire Venezuela assume così le sembianze dell’innesco di tensioni che covavano da tempo dentro l’oceano apparentemente piatto, ma in verità increspato, dei neopopulismi al governo.
Sono fratture che verranno ricomposte in superficie nel nome della salvaguardia del potere, certo, e le destre continueranno a presentarsi unite in campagna elettorale, godendo di vasti consensi. Nondimeno, i cleavage interni al loro fronte esistono, segnalando una volta di più come la politica internazionale sia diventata la discriminante, e il “fattore U” (come Ucraina, dopo l’ormai antico “fattore K”) costituisca l’elemento di scomposizione degli attuali schieramenti politici.
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