Opinioni
23 gennaio, 2026Articoli correlati
Il ruolo della Cina ha portato a un cambio di paradigma. Da cui è escluso il mondo democratico
Fareed Zakaria, uno dei più influenti giornalisti politici americani, aprendo il suo programma su Cnn domenica scorsa, ha commentato il mutato atteggiamento degli Stati Uniti sulla scena mondiale durante il primo anno della seconda presidenza Trump. Negli ultimi ottant’anni, ha detto Zakaria, gli Stati Uniti sono stati di fatto la potenza egemone del mondo, ossia la nazione di gran lunga più potente, economicamente, politicamente e militarmente. Il suo dominio, tuttavia, non è mai stata basata solo sulla forza, elemento mai trascurato (basti pensare al suo livello di spesa militare). Ma l’egemonia americana si reggeva anche sulle alleanze e su un generale rispetto dell’ordine multilaterale internazionale che gli Stati Uniti avevano creato dopo la Seconda guerra mondiale. In netto contrasto con quanto avvenuto dopo la Grande Guerra, con la mancata adesione americana alla Lega delle Nazioni, dopo il secondo conflitto mondiale non solo gli Stati Uniti furono al centro della costituzione delle Nazioni Unite, ma vollero che la sua sede fosse stabilita sul territorio americano.
Questo multilateralismo e rispetto del diritto internazionale è stato finora alla base della forza americana. Trump si è distaccato da questo approccio, seguito in passato da tutti i presidenti americani: persino l’invasione dell’Iraq del 2003, per quanto comunque sbagliata e disastrosa nei risultati, fu preceduta da una interazione con le Nazioni Unite e dalla formazione di una coalizione di Paesi. Zakaria prevede che questa diversa strategia porterà alla lunga a un indebolimento della potenza americana, non a un suo rafforzamento.
L’analisi di Zakaria è fondamentalmente corretta. In fondo anche Roma esercitava, nel periodo repubblicano come in quello del principato, un imperium sui territori controllati basato non solo sulla forza ma anche su alleanze, trattati e diritto. Gli Stati Uniti hanno sempre moderato il loro internazionalismo e rispetto del diritto internazionale con un pragmatico ricorso alla forza meno diretto ed evidente in varie forme (basti pensare agli interventi dei suoi servizi segreti). Ma non c’è dubbio che le azioni degli ultimi dodici mesi (in primis in Venezuela), quelle annunciate (Groenlandia) e la loro motivazione aperta (non esportazione della democrazia ma espropriazione economica) marcano uno iato rispetto al passato, che non potrà non avere conseguenze negative su come gli altri Paesi vedono il ruolo degli Stati Uniti come legittimo leader globale.
Detto questo, occorre chiedersi se il cambiamento nell’approccio americano sia dovuto non solo alla personalità del suo attuale presidente ma anche a una circostanza oggettiva: la crescita economica e politica della Cina e la sua crescente penetrazione in altre aree del mondo anche lontane dall’Asia (vedi Africa sub sahariana) che aveva comunque eroso il ruolo egemonico mondiale degli Usa.
Un mutamento rispetto al passato era quindi inevitabile. Il multilateralismo diventa più difficile da gestire quando un nuovo egemone reclama un maggior ruolo nel contesto multilaterale. Trump poteva però rispondere a questi sviluppi rinsaldando le sue alleanze con il resto del mondo democratico. Purtroppo, sembra aver scelto una strada diversa, in una specie di “Stati Uniti vs. Resto del Mondo” che non penso porterà a nulla di buono.
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