Opinioni
29 gennaio, 2026Il problema non è tanto la proprietà formale delle riserve, ma il fatto che tenerle negli Usa oggi è un rischio
L’approvazione della legge di Bilancio a fine anno senza discussione e con due voti di fiducia al Senato e alla Camera ha rappresentato un ulteriore colpo al Parlamento, alla sua credibilità e alla sua funzione. Fra le stravaganze va segnalata la vicenda di un emendamento di Fratelli d’Italia che poneva in maniera demagogica e sovranista il tema della proprietà dell’oro detenuto dalla Banca d’Italia e ricordo che domande esilaranti su questo tema vennero poste all’ex governatore Ignazio Visco.
Dopo un chiarimento da parte del ministro Giorgetti con la presidente della Bce, Christine Lagarde, l’emendamento è stato approvato con modifiche che depotenziano le inconfessate conseguenze preoccupanti, ma danno soddisfazione all’orgoglio nazionalista. La frase ridicola recita così: «Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono al Popolo Italiano».
Un richiamo all’articolo 1 della Costituzione che afferma che la sovranità appartiene al popolo? A parte le maiuscole, in quali forme si esercita questa nuova prerogativa? Ricordo le teorie fantasiose del prof. Giacinto Auriti, secondo il quale addirittura la moneta era del popolo.
L’ossessione dell’oro è presente nella nostra Storia, basti ricordare l’iniziativa del fascismo per replicare alle sanzioni della Società delle Nazioni contro l’Italia per la guerra all’Etiopia con un appello al popolo per la donazione delle fedi nuziali, ricevendo in cambio una fede di ferro. Furono centinaia di migliaia gli anelli donati alla patria per un totale di 37 tonnellate che furono consegnate alla Zecca.
La questione merita di non essere chiusa e utilizzata invece soprattutto per un aspetto sostanziale. Una giustificazione addotta dai presentatori dell’emendamento stava nell’evitare il rischio che alcuni partecipanti al capitale della Banca d’Italia con quote straniere (il riferimento era alla Banca Nazionale del Lavoro) potessero accampare diritti sulla proprietà dell’oro italiano. Siamo di fronte a una manifestazione patente del proverbio sul dito e la luna. Infatti il 43 per cento delle riserve auree dell’Italia, circa 1061 tonnellate, sono custodite nei sotterranei della Federal Reserve. Le ragioni storiche che hanno determinato questa allocazione dell’oro italiano negli Usa sono legate agli accordi di Bretton Woods, per i quali i cambi delle valute erano ancorati al dollaro e al valore dell’oro e vigeva la convertibilità delle banconote. Una storia finita. Per questo un gruppo qualificato di economisti e studiosi ha lanciato nel luglio del 2025 un appello “Riportiamo l’oro italiano dalla Fed degli Usa nel nostro Paese”.
L’urgenza di trasferire in Italia un patrimonio che rappresenta un valore di mercato pari a circa 102,5 miliardi di dollari è determinata dalla grande incertezza nella sfera geopolitica globale e anche dalla contestazione in atto dell’indipendenza della Federal Reserve da parte dell’amministrazione americana. Un articolo puntuale dell’Espresso l’8 agosto dell’anno scorso metteva in luce la tentazione di monetizzare l’oro di Fort Knox per rifinanziare il debito. Insomma, un’operazione di propaganda può e deve trasformarsi in un impegno di riequilibrio internazionale e di autonomia. Il governo Meloni raccoglierà la sfida senza paura della reazione di Trump?
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