Opinioni
30 gennaio, 2026Articoli correlati
Il dossier dedicato alla memoria del magistrato nel cinquantenario del suo assassinio
Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, un mitra crivellò il giudice Vittorio Occorsio davanti a casa sua, a Roma. Pierluigi Concutelli, sedicente comandante militare di Ordine Nuovo, lo uccise perché quel magistrato aveva osato squarciare il velo sui complotti eversivi che in quegli anni avvelenavano la giovane democrazia italiana. Oggi, nel 2026, L’Espresso dedica la copertina a quel pm che aveva colto il nesso tra la “prima stagione nera” della Repubblica – gli anni di stragismo, P2 e trame golpiste – e i progetti eversivi dei neofascisti.
Lo ricordiamo attraverso le parole del figlio Eugenio, che ripercorre quegli anni vissuti da ragazzo accanto al padre, fino al tragico momento della sua uccisione, quando, allora giovane studente universitario, scese trafelato per le scale di casa dopo aver sentito le raffiche del mitra, che lo avevano colpito a morte. Una testimonianza preziosa che ci aiuta a ricostruire quelle ore drammatiche e ci consente di raccogliere elementi inediti della vita di Occorsio, le varie tappe della sua vita professionale, le numerose inchieste di cui si è occupato, ma anche i momenti di sconforto come l’amarezza quando venne attaccato dalla stampa per la mancata scarcerazione dell'anarchico Valpreda.
Oltre a far parte della storia della Repubblica il magistrato Occorsio fa parte anche della storia de L’Espresso. Fu lui, nel processo per diffamazione contro Eugenio Scalfari, allora direttore di questo giornale, e Lino Jannuzzi, autore dell’inchiesta sul Piano Solo, a tenere una requisitoria memorabile che pubblichiamo integrale su questo numero. È un documento giornalistico e storico che – tra l’altro – rivela i particolari di quel piano eversivo, ordito dal generale Giovanni De Lorenzo, capo del Sifar. Era il progetto di un vero e proprio golpe, che prevedeva liste di proscrizione, arresti di massa illegali e il coinvolgimento del Sifar e dell’Arma dei carabinieri all’insaputa del ministero dell’Interno e della Polizia. Si trattava di una vera e propria cospirazione contro la Repubblica nata dalla Resistenza.
Con coraggio Occorsio non si limitò a difendere i giornalisti che avevano documentato fatti veri. Chiese infatti l’assoluzione per Scalfari e Jannuzzi, ma sempre con coraggio inoltrò gli atti al suo ufficio per processare De Lorenzo – all’epoca direttore del Sifar, comandante dei carabinieri e capo di Stato Maggiore dell’esercito – per i reati emersi. Come scrive Franco Coppi a pagina 35, quella requisitoria è una lezione attualissima sul ruolo del pm e la libertà di stampa, come libertà di manifestazione del proprio pensiero. «La libertà viene meno quando un uomo è schedato per le idee che manifesta», tuonò Occorsio, rivendicando il diritto di opinione e informazione. Parole profetiche.
A Giovanni Salvi, ex procuratore generale della Cassazione e presidente del comitato scientifico della Fondazione Vittorio Occorsio, abbiamo affidato invece il compito di ricostruire le vicende di quegli anni turbolenti della vita politica italiana che sfociarono nel terrorismo con la strage di Piazza Fontana del dicembre 1969, inizio di quella strategia della tensione che segnò tutti gli anni 70.
Occorsio fu protagonista anche di questa fase, impegnato dapprima nelle indagini per scoprire la verità su Piazza Fontana e poi nelle indagini sull’eversione neofascista, che alla fine gli costarono la vita. Una morte ingiusta che dopo 50 anni diventa per noi prezioso spunto di riflessione su democrazia e libertà.
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