Opinioni
8 gennaio, 2026Il regime di Caracas era indifendibile, ma le modalità scelte da Trump restano inaccettabili
Quanto è successo in Venezuela, con il presidente Nicolás Maduro arrestato dalla Dea statunitense e trasferito in un carcere di New York, sotto accusa per narcotraffico davanti a un tribunale americano, rappresenta una scena che fino a ieri avremmo collocato nella letteratura distopica o nel cinema politico. Oggi campeggia invece sulla copertina del nostro settimanale, con Donald Trump in una posa che richiama “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin: non per irridere la Storia, ma per ricordare quanto sottile sia il confine tra fiction e realtà quando il potere perde il senso del limite. L’arresto del presidente venezuelano, deciso direttamente da Trump, rappresenta un precedente pericolosissimo per il diritto internazionale. Nessuno piange per Maduro. Siamo totalmente d’accordo nel definire il suo un regime orribile, fondato sul narcotraffico, sulla criminalità, sul terrore, su un esercito ridotto a strumento di repressione interna e mantenuto da traffici illeciti. Ma il punto non è l’orrore del regime, bensì il metodo usato per abbatterlo.
Le parole di Trump, nelle ore successive al blitz, non indicano alcuna via d’uscita chiara. Una cosa è la gestione delle risorse petrolifere, che richiede competenze industriali e tecnologiche oggi assenti nel Paese; altra cosa è la conduzione politica del Venezuela, che non può che essere democratica. E va ricordato che gli Stati Uniti non erano minacciati nella loro sicurezza nazionale dal narcotraffico venezuelano: non esisteva dunque alcuna necessità immediata di un intervento militare o paramilitare. Se è vero che il regime di Caracas era indifendibile, le modalità scelte da Trump restano inaccettabili. Per questo riteniamo che a giudicare Maduro avrebbe dovuto essere la Corte internazionale dell’Aia, come accadde per Milosevic o per alcuni dittatori africani. Invece sembra saltato ogni ordine mondiale: il multilateralismo non esiste più, vige la legge del più forte. Ed è una deriva pericolosissima. La questione centrale ora è come ristabilire un governo legittimo. L’unica risposta possibile passa da nuove elezioni, libere e controllate dalla comunità internazionale. Deve essere il popolo venezuelano, e solo esso, a decidere il proprio futuro.
La storia recente, dal Guatemala a Cuba, dal Brasile al Cile, dall’Afghanistan all’Iraq, insegna che le operazioni di cambio di regime, coperte o scoperte, condotte da Washington hanno sempre peggiorato la situazione. La speranza oggi può arrivare solo dall’opposizione venezuelana, simbolicamente rappresentata da María Corina Machado e da Edmundo González Urrutia. Ma anche qui Trump ha scelto di delegittimare, forse perché non disponibili a una nuova dipendenza dagli Stati Uniti. In un Paese stremato e in un mondo senza regole condivise, il rischio è che alla caduta di un dittatore non segua la libertà, ma un’altra forma di arbitrio. Ed è questo che dovrebbe preoccuparci davvero. Da domani, con una forzatura appena meno grottesca, persino i pochi cittadini della lontana Groenlandia potrebbero temere di essere i prossimi a finire sotto un dominio deciso a Washington. Così come la Cina potrebbe sentirsi legittimata a intervenire su Taiwan. E il sospetto che Trump sia stato indulgente con Putin sull’Ucraina per garantirsi mani libere sul Venezuela non è peregrino. I principi del diritto internazionale o valgono sempre, o non valgono mai: non possono essere piegati a convenienza.
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