Opinioni
12 febbraio, 2026Il caso di Annarita Briganti è l'ennesima dimostrazione di come l’odio sia diventato strumento di conflitto politico
Negli ultimi anni, Donald Trump ha contribuito a spostare il conflitto politico su un terreno diverso da quello del confronto. L’avversario non è più soltanto un interlocutore da contestare, ma una figura da consegnare al pubblico ludibrio. L’offesa è diventata parte strutturale della comunicazione politica. Gli episodi si sono accumulati secondo una linea coerente: l’attacco alle giornaliste, l’umiliazione pubblica del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, la diffusione di contenuti generati con l’intelligenza artificiale che deformano il racconto della guerra e del dissenso e che in parte illudono, per la componente “artificiale”, che si tratti di un gioco. In questo solco si inserisce il video che raffigurava Trump con la corona mentre getta escrementi sui milioni di manifestanti al No Kings Day: una rappresentazione che colpisce il dissenso come tale, degradandolo a obiettivo di disprezzo.
Non contento, non frenato, raffigura Michelle e Barack Obama come scimmie e rilancia sui social, con l’avallo della Casa Bianca. Una caricatura che richiama un immaginario storico preciso e segnala l’uso consapevole della degradazione simbolica come strumento politico. Si afferma così una grammatica del potere fondata sulla delegittimazione personale e quando questo registro viene propagato dall’alto, il conflitto politico perde progressivamente il suo valore democratico e si trasforma in esposizione vendicativa.
Questa dinamica non riguarda solo gli Stati Uniti. È una cifra riconoscibile dei populismi. Jair Bolsonaro ha definito i giornalisti di TV Globo “despicable bastards”; Javier Milei ha insultato leader stranieri e figure istituzionali; Recep Tayyip Erdoğan ha costruito una lunga stagione di delegittimazione di stampa e opposizione. Questa torsione riguarda anche la politica italiana. Il caso del leghista Roberto Calderoli che definì “orango” l’allora ministra Cécile Kyenge fu a lungo trattato come un episodio isolato perché la condanna sembrò fissare un argine.
La vicenda che coinvolge la giornalista Annarita Briganti rende evidente che quell’argine ha ceduto anche se l’offesa non arriva direttamente dal politico, ma viene indotto. Durante una puntata di Mattino 5 Briganti, infatti, ha espresso un’analisi sul tema dei migranti, pienamente legittima nel perimetro dell’opinione giornalistica, pur se legittimamente criticabile. Matteo Salvini vicepresidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e leader della Lega, ne isola un frammento e lo rilancia sui propri social accompagnandolo con una sola frase: “Follia. Parole a dir poco raccapriccianti”.
Da quel momento il confronto scompare e la giornalista viene esposta. La reazione della rete è infatti immediata: una massa di commenti offensivi, sessisti, aggressivi. Body shaming, auguri di morte e di violenze. Una dinamica resa possibile dalla sproporzione di potere tra chi occupa una posizione istituzionale e chi viene indicato come bersaglio. La responsabilità diretta resta sullo sfondo, mentre l’attacco viene demandato alla platea digitale. Perché si sa, i social sono tanto amati quanto odiate le conferenze stampa con le domande critiche dei giornalisti.
Questo schema incide sul clima in cui si esercita il lavoro giornalistico e introduce una forma di intimidazione indiretta. Il rischio non è solo l’aggressione, ma l’autocensura: l’idea che esprimere un’opinione possa tradursi in esposizione e linciaggio può far evitare ad un opinionista e giornalista di esprimere la propria analisi.
Colpisce, in questo quadro, una contraddizione politica evidente. Chi rivendica la libertà di espressione come valore fondante, come abbiamo visto anche recentemente, mostra una soglia di tolleranza molto più bassa quando quella libertà si manifesta in senso critico nei propri confronti.
I commentatori si difendono: e allora la sinistra che tace sugli attacchi alla premier Giorgia Meloni? Perché difendete Briganti e non Meloni? Il richiamo alle aggressioni subite dalla presidente del Consiglio non devono diventare un alibi per vendicarsi degli avversari. Quelle offese, rivolte a lei, a sua figlia, alla sua famiglia, pongono lo stesso problema di quelle rivolte ad Annarita Briganti: la normalizzazione dell’odio come strumento di conflitto politico. Una condanna credibile non può essere discrezionale o intermittente.
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