Opinioni
19 febbraio, 2026Chi vuole preservare la società patriarcale non dà ascolto alle persone che sopravvivono
Il termine “gaslighting” indica una forma di manipolazione psicologica in cui il perpetratore induce la vittima a dubitare della propria memoria e percezione. La parola rientra ormai nella cosiddetta therapy speak ovvero la pratica di adozione, e spesso annacquamento, della terminologia clinica e psicologica nelle conversazioni quotidiane e sui social media.
L’espressione deriva dal film del 1944 “Gaslight” in cui il marito cerca di far impazzire la moglie cambiando continuamente la luminosità delle lampade a gas in casa. Le esperienze delle donne sono diverse, molteplici e non riducibili a un monolito; questo è uno dei mille spunti che ci hanno dato i femminismi. Un altro è che c’è qualcosa di estremamente unificante e lenitivo nel sapere che su di noi non agisce semplicemente il caso, ma delle strutture di potere che, insieme, possiamo smantellare. Una delle tante esperienze simili, e potenzialmente aggreganti, che fanno le donne e le persone queer nella società patriarcale è di natura espressiva; è una delle più sottili ma logoranti.
Chi vive la violenza patriarcale sulla propria pelle deve continuamente raccontare la propria sopravvivenza sperando di essere compresa e legittimata. È un vissuto talmente comune che discuterne sembra quasi sciocco: tutte sanno di che si parla eppure bisogna trovare sempre nuove forme e modi per descrivere una realtà lampante di cui ognuna, in forme diverse, fa o farà esperienza nella propria vita. Questo estenuante lavoro espressivo non avviene solo nei luoghi intimi e sociali, ma anche con le istituzioni a cui, più di metà della popolazione mondiale, deve chiedere continuamente, in fondo, di essere semplicemente creduta nella sua esperienza di sopravvivenza in un mondo che non è pensato per lei o, quantomeno, per lei libera. In questo senso chi ha il potere di tenere la struttura patriarcale solida e funzionante opera un continuo “gaslighting”, una manipolazione, delle informazioni e delle esperienze, soggettive certo, ma universali, che le donne e le persone queer fanno.
L’Osservatorio nazionale su femminicidi, lesbici e transicidi di Non Una Di Meno, all’8 febbraio 2026, registra 7 femminicidi e 11 tentati omicidi, di cui Zoe Trinchero, diciassettenne, è la più giovane. Nel caso di Zoe era un coetaneo che l’ha picchiata, strangolata e gettata nel rio Nizza, nella provincia di Asti, a seguito di un rifiuto espresso. Il femminicidio di una persona così giovane ci ricorda che un “no” scandito non basta per sopravvivere. Proprio sulla differenza tra consenso non dato e dissenso espresso si concentra il ddl Bongiorno, in discussione in parlamento. La proposta è di modificare la legge sulla violenza sessuale, sostituendo consenso libero, esplicito e revocabile con un dissenso chiaro.
Ma tutte sanno che «la maggior parte delle violenze avvengono all’interno di contesti nei quali manifestare un dissenso chiaro è spesso pericolosissimo o impossibile», come ha affermato la rete dei centri antiviolenza e delle attiviste che si sono già riunite davanti al Senato lo scorso 27 gennaio. Il 9 febbraio c’è stata, presso la facoltà di Lettere della Sapienza, un’assemblea cittadina per organizzare la “mobilitazione permanente” contro il ddl. Il 15 febbraio, anniversario dell’introduzione della legge sulla violenza sessuale, ci saranno mobilitazioni territoriali in tutto il Paese. Il 28 febbraio è previsto il corteo nazionale, il dissenso si farà sicuramente sentire.
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