Opinioni
19 febbraio, 2026Bisogna verificare fin dove si spingerà il calcolo della coalizione nell’eventualità di un’alleanza
L'addio del generale Vannacci alla Lega di Salvini cambia lo scenario delle elezioni politiche del 2027: tra un anno e mezzo il centrodestra potrebbe trovarsi a sfidare il “campo largo” con un nuovo insidioso concorrente alla sua destra. Ma dobbiamo davvero aspettarci che vada così? La storia di quella parte politica – da Berlusconi in avanti – induce alla prudenza, anche se tra la maggioranza meloniana e il partito del generale le distanze sono sempre più evidenti.
Il generale parla a un elettorato inquieto, che chiede parole nette e identità rigide. Le sue posizioni contro i gay, presentate come difesa di una presunta normalità smarrita, non sono semplici provocazioni: sono una linea politica che riporta il discorso pubblico a una contrapposizione frontale sui diritti civili. Il centrodestra di governo, invece, ha imparato negli anni a camminare sul filo dell’ambiguità, evitando scontri troppo espliciti per non incrinare la propria credibilità internazionale. Qui sta la prima frattura: Vannacci alza la voce dove la coalizione preferisce abbassare i toni.
Lo stesso vale per l’immigrazione. Nel racconto del generale – che invoca la “remigrazione” come l’Afd tedesca – non c’è spazio per le sfumature: l’immigrato diventa simbolo di un’insicurezza permanente, quasi una figura politica prima ancora che sociale. I partiti tradizionali hanno usato parole dure, certo, ma poi hanno dovuto fare i conti con trattati, negoziati europei, equilibri diplomatici.
Ancora più delicato è il terreno della politica estera. In un’Europa attraversata dalla guerra, le posizioni percepite come filorusse rappresentano un detonatore politico. Il centrodestra ha lavorato per accreditarsi come alleato affidabile nel campo euroatlantico; ogni ambiguità verso Mosca diventa quindi un problema non soltanto ideologico, ma strategico. È il paradosso di questa possibile alleanza: mentre la coalizione cerca rispettabilità internazionale, il generale costruisce consenso proprio sulla rottura con quell’equilibrio.
Eppure sarebbe ingenuo pensare che queste differenze bastino a impedire un accordo. La storia del centrodestra è una lunga collezione di contraddizioni archiviate in nome della vittoria contro il centrosinistra. Liberali e post-missini, sovranisti e moderati, europeisti di necessità e ribelli di professione: tutti hanno trovato, prima o poi, una sintesi elettorale. Non per affinità culturale, ma per necessità politica. La coalizione ha spesso dimostrato che l’unità è un valore negoziabile, soprattutto quando il voto si avvicina.
La vera domanda, allora, non è se un’alleanza sia possibile, ma quale prezzo identitario comporterebbe. Accogliere Vannacci significherebbe spostare il baricentro del discorso pubblico verso una destra più aspra, meno incline alla mediazione. Rifiutarlo, invece, vorrebbe dire ammettere che esiste una soglia oltre la quale nemmeno la convenienza elettorale può spingersi. È una scelta che riguarda non solo i leader, ma l’idea stessa di destra che l’Italia vuole vedere nei prossimi anni.
La politica italiana ha sempre avuto un talento speciale: trasformare le incompatibilità in convivenze forzate. Ma ogni stagione ha i suoi limiti. Oggi la distanza tra il generale e il centrodestra non è solo programmatica; è estetica, narrativa, persino morale. Il vero rischio non è l’alleanza in sé, ma l’illusione che sia possibile sommare voti senza cambiare identità.
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