Opinioni
26 febbraio, 2026Il blocco dei confini come antidoto all’inesistente minaccia terroristica legata all’immigrazione
La sicurezza come alibi. Se fosse un film, andrebbe sotto questo titolo la pessima trilogia che il governo si ascrive a merito, portando a compimento con il blocco navale la chiusura dei confini. Gli accordi con i Paesi dell'altra sponda del Mediterraneo e la delocalizzazione dei centri di rimpatrio in Albania sono state le prime due produzioni della Meloni broadcasting. L'Istituto Luce di una politica securitaria che chiude ai migranti irregolari con la stessa approssimazione con la quale gestisce le quote di regolarizzazione ("Non passa lo straniero", numero 4 del 23 gennaio).
Corroborato da un indirizzo europeo che ha sacrificato i diritti umani sull'altare della sopravvivenza, l'attuale esecutivo si arroga una lungimirante capacità di affrontare un'inesistente emergenza terroristica. Profezia che deve autoavverarsi, almeno nell'insistita riproposizione di leader e gregari. Il mantra della sicurezza nazionale come giustificazione preventiva.
Dopo le dubbie intese con tagliagole e torturatori del Nord Africa – nella scia del protocollo libico del centrosinistra, peccato originale mai espiato – Meloni ha aperto il rubinetto milionario per Edi Rama. Ottocentocinquanta milioni in cinque anni per container-galera in Albania dove stipare disperati da rispedire ai Paesi d'origine. Che la faccenda si sia risolta in sperpero è certezza consolidata. I centri di Shengjin e Gjadër sono rimasti vuoti, tra bocciature dei tribunali e logiche di diritto prevalse sulla réclame.
Per parare l'insuccesso arriva il terzo episodio: divieti con minaccia di sequestro per le Ong che salvano vite sui barconi anziché lasciarle affogare. Il decreto del 3 febbraio introduce il “codice di condotta” rafforzato: chi salva troppo, chi salva troppo presto, chi non accetta i porti albanesi rischia il fermo della nave. L'obiettivo dichiarato è la deterrenza: se nessuno ti salverà, difficilmente partirai. Discende dal teorema che la propaganda ha contrabbandato per autentico: il patto tra scafisti e volontari. Rimasto indimostrato anche dopo avventati procedimenti che solerti magistrati hanno imbastito a Trapani, a Catania, a Ragusa. Inchieste sgonfiate dall'evidenza, ma l'accusa resta sospesa nell'aria.
Il blocco ha forse lo scopo di riempire davvero i centri albanesi. Perché chi fugge da fame, guerre e persecuzioni non fa molti calcoli: partire o morire. Scelta binaria che assottiglia a zero i margini di cautela. Chi lascia Bengasi, Sfax o Zuara non conosce i decreti italiani, non sa dell’Albania. Sa soltanto che restare significa soccombere. Probabilmente ne beneficeranno le statistiche. Si computerà un calo vertiginoso degli sbarchi, agevolando la contabilità dei primi due episodi. I sommersi resteranno nel cimitero sottomarino del Mediterraneo. I salvati non metteranno piede sul suolo italiano, se non nel limbo extraterritoriale di Tirana. E il nostro Paese – quello che invoca manodopera migrante contro il calo demografico – sarà salvo. Non vedrà, non saprà. Si sentirà sicuro di fronte all'idea che è stato fatto tutto per la sicurezza nazionale.
Ovvero per quella confusa cognizione mutuata dall'idioma trumpiano, che permette al presidente Usa di bombardare barche venezuelane riparandosi dietro al sospetto che trasportino droga. A noi, altrettanto cinici ma meno sbrigativi, quella formula serve per difenderci da un altro assedio. Non sia mai che a bordo dei barconi si intrufoli un aspirante terrorista. L'ultima frontiera della narrazione securitaria: trasformare ogni disperato in potenziale nemico. Erigere barriere invisibili per non vedere. Per poter dire, domani, che la sicurezza viene prima di tutto. Anche della pietà.
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