Opinioni
5 febbraio, 2026Da Barbero ai relatori cacciati dagli atenei. Così il dissenso si trasforma in delitto d'opinione: ma né Meta né i tribunali del popolo decidono sulle idee
C'è una parola che credevamo sepolta sotto le macerie del Novecento, archiviata assieme ai divieti, alle liste nere, alle veline ministeriali. Una parola che la Costituzione ha inchiodato alla storia con un articolo limpido come un giuramento civile: «La stampa non può essere soggetta a autorizzazioni o censure». E invece la censura è tornata. Non con il volto arcigno dello Stato autoritario, ma con maschere nuove, sorridenti, persuasive. Non più in nome dell’ordine pubblico o della morale, ma di valori dichiarati alti e nobili: la verità, la sicurezza, la correttezza dell’informazione, la sensibilità altrui. È così che la censura rientra in scena, senza chiamarsi censura.
Il primo teatro di questa metamorfosi è l’agorà digitale, che oggi ospita una parte decisiva del nostro discorso pubblico. Il caso del video di Alessandro Barbero, oscurato da Meta perché giudicato «fuorviante», è più di un incidente tecnico. È un segnale. Perché la tagliola non è caduta su un anonimo propagandista o su un esercito di bot, ma su uno storico autorevole che esprime un’opinione politica. Certo, le piattaforme hanno il dovere di contrastare la manipolazione di massa: lo scandalo Cambridge Analytica resta un monito. Ma quando un soggetto privato si arroga il potere di decidere che cosa può circolare e che cosa no, entriamo in una zona grigia dove il confine tra tutela e interdizione si fa pericolosamente labile. Chi traccia oggi la linea tra vero e falso? Chi stabilisce quali opinioni siano accettabili? In uno spazio che funziona da piazza globale, queste domande non possono restare affidate alla discrezionalità di una multinazionale americana.
Il secondo teatro è ancora più inquietante, perché si colloca nel luogo che dovrebbe essere la cittadella della libertà intellettuale: l’università. A Venezia si nega la parola a Emanuele Fiano perché «sionista». A Napoli si cancella un confronto con Maurizio Molinari per la stessa accusa. A Milano si interrompe Carlo Calenda gridando che «europeisti e guerrafondai» devono uscire dall’aula. Qui la censura non arriva dall’alto, ma dal basso, sotto forma di veto militante. È una censura “popolare”, che si ammanta di giustizia morale e di purezza ideologica, ma che produce lo stesso effetto: impedire a qualcuno di parlare.
Se persino credere nell’Europa diventa un capo d’imputazione, allora il problema non è più solo la suscettibilità dei gruppi o la radicalità delle posizioni. È la trasformazione del dissenso in delitto d’opinione, della contestazione in atto di forza. La sinistra italiana, che un secolo fa seppe unire il fronte antifascista contro un regime che tappava la bocca agli avversari, dovrebbe ricordare a tutti quella lezione elementare: la libertà non si difende selezionando chi ha diritto di parola, ma garantendo che tutti possano parlare, anche quando dicono cose che non ci piacciono.
La nuova censura non indossa l’uniforme. Non bussa alla porta con un decreto in mano. Agisce per algoritmi, per campagne di pressione, per etichette infamanti. Ma resta ciò che è sempre stata: la negazione del diritto di esprimere un’opinione. E proprio perché non ha più un volto riconoscibile, è più insidiosa. Per questo serve una risposta politica, non moralistica. Servono regole che vincolino i padroni delle piattaforme al rispetto dei principi costituzionali. Serve un’università che torni a essere luogo di confronto, non di scomunica.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Occorsio magistrato solo - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 30 gennaio, è disponibile in edicola e in app



