Giovani
5 febbraio, 2026Parla la madre di Willy Monteiro: “Non odio, credo nel perdono che viene dall’ammissione del male fatto. Il clima che viviamo è frutto di una rabbia lasciata covare nell’orgoglio”
Sono passati anni da quella terribile notte del 2020 a Colleferro, ma il nome di Willy Monteiro Duarte è diventato un simbolo nazionale. Il giorno del suo compleanno, il 20 gennaio, è ora in Italia la “Giornata del Rispetto”, istituita dal Parlamento proprio in ricordo di quel giovane aspirante chef di origine capoverdiana. A Willy il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha concesso la Medaglia d’oro al Valor Civile alla memoria, descrivendolo come un "italiano esemplare" che ha sacrificato la propria vita per difendere un amico in difficoltà e cercare una soluzione pacifica a una discussione violenta.
La sua vicenda acquista un valore particolare e la sua morte torna a interrogarci in questi giorni nei quali si assiste a una recrudescenza di violenza giovanile: le ultime, sconvolgenti stime indicano che quasi un ragazzo su due, tra i frequentatori della movida e delle zone a rischio, ammette di girare con un coltello o un oggetto tagliente in tasca, spesso considerato un normale strumento di difesa oppure un oggetto ormai necessario come “status”. Le cronache recenti, con accoltellamenti a scuola o nelle piazze, descrivono una generazione che ha sostituito il confronto con l’uso di una lama e trasforma la rabbia in un’arma letale.
È in questo scenario di emergenza sociale che le parole della madre di Willy, Lúcia Monteiro Duarte – che abbiamo incontrato all’Università degli Studi Internazionali di Roma, dove sono state da tempo istituite in memoria di suo figlio delle borse di studio per ragazzi di origine capoverdiana – ci richiamano al dovere di disarmare, prima ancora delle mani, le menti di questi ragazzi.
L’attualità purtroppo continua a proporci episodi di violenza brutale tra giovanissimi, come se la lezione di Willy non fosse bastata. Ogni volta che lei legge di un accoltellamento o di una rissa finita male tra ragazzi, cosa prova?
"È un dolore che si rinnova costantemente, una ferita che non si chiude mai. Ogni volta che muore un ragazzo ucciso dalla violenza di altri giovani, mi si riapre tutto. È un dolore sordo, perché da una parte vedo tanti ragazzi meravigliosi, impegnati e pieni di vita, e dall’altra vedo in altri questo buio profondo. Chi usa violenza non si rende conto che in quel momento non distrugge solo la vittima, ma rovina irrimediabilmente anche la propria vita. Questi giovani portano dentro una rabbia che sembra incontrollabile e che li spinge a cancellare anni di vita altrui in un istante. Non si danno il tempo di reagire in un modo che non siano pugni, colpi di coltello, sangue. Il dolore e il disagio vanno affrontati con il dialogo, non scaricati con forza sugli altri. La rabbia non va mai covata nel silenzio, perché prima o poi esplode e diventa violenza. E occorre avere il coraggio di chiedere aiuto. A volte l’orgoglio di voler sembrare forti a tutti i costi, di dire “non ho bisogno di nessuno”, è la trappola più pericolosa in cui un giovane può cadere".
In questo contesto così complesso, quanto pesano nella formazione dei ragazzi i nuovi modelli di comunicazione, come i social network?
"Hanno un peso negativo quando vengono usati senza intelligenza. Ormai la vita sembra girare esclusivamente intorno a un cellulare. Ogni strumento va usato con discernimento: bisogna saper distinguere il bene dal male anche nel mondo digitale. I ragazzi sono intelligenti, ma spesso si lasciano trascinare. Dobbiamo insegnare loro di nuovo il valore del confronto reale e del mettersi nei panni dell’altro. La diversità non deve essere un motivo di disprezzo, ma un’occasione di arricchimento: conoscere chi è diverso da noi ci rende persone migliori".
C’è una madre, a La Spezia, che come lei ha appena vissuto il dramma di un figlio ucciso da un coetaneo. C’è qualcosa che si sente di dirle?
"Non saprei quali parole usare, perché conosco perfettamente quel buio e quel silenzio che lei vive ora. Pensi che quando è successo a Willy, io non riuscivo nemmeno ad alzare la testa o a parlare. In questi casi il dolore è una voragine che sembra non avere fine. Però ammiro profondamente quei genitori che riescono a trovare una forma di forza in questa tragedia. A questa famiglia che sta soffrendo adesso, posso solo dire di continuare a credere fermamente che il loro figlio continua a vivere dentro di loro. È l’unica cosa che dà davvero la forza di alzarsi ogni mattina e continuare a camminare".
Veniamo a un tema difficilissimo, che lei ha affrontato con incredibile dignità: il perdono. È davvero possibile perdonare chi ha commesso un atto così barbaro?
"Sì, io ho sempre detto che il perdono è possibile. Io non provo odio per questi ragazzi, per i due fratelli Bianchi che hanno ucciso mio figlio e gli altri due che con loro hanno massacrato Willy. Ma il perdono deve camminare insieme a un atteggiamento di pentimento che finora è sempre mancato. Quando si arriva a compiere un atto così terribile la prima cosa che si dovrebbe avere il coraggio di dire è: “Ho sbagliato”. Invece, quello che mi ha sempre pesato e addolorato è sentirli dire: “Io non ho fatto niente a Willy”. Niente? Questa negazione della responsabilità rende tutto più difficile, ma non impossibile. E io resto ferma nella mia posizione: non li odio. Posso assicurare che l’odio non abita in me. La mia battaglia non è mai stata per la vendetta, ma per la memoria. Spero solo che il sacrificio di Willy serva a far riflettere tutti – una riflessione ancor più necessaria in questi giorni – per far capire che il rispetto per la vita altrui è l’unica base solida su cui possiamo sperare di costruire un futuro migliore per tutti i giovani".
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