Opinioni
19 marzo, 2026Anni di sofferenze. Poi Beccamorta scopre una vocazione che conquista i social. Grazie a Totò
«Il silenzio è un vuoto, ma la memoria respira. La morte ci rende tutti uguali, ma nessuno è minore nella storia della propria vita».
È in questo vuoto che si muove Beccamorta, Maria Veronica Zinnia, trent’anni, bolognese, che ha migliaia di appassionati che la seguono tra Instagram e TikTok. L’influencer non parla di viaggi né di moda e non ti sta vendendo nulla: racconta morti. Lo fa per restituire una storia a chi non ce l’ha più.
Percorre soprattutto la Certosa di Bologna, pulisce lapidi dimenticate, legge epitaffi corrosi, ricostruisce biografie interrotte. A volte inciampa in vicende tragiche, suicidi, vite spezzate; altre volte trova minuscoli lampi di bellezza: un gesto d’amore inciso nella pietra, un mestiere scomparso, una data che dice tutto e niente. Il pubblico la segue per morbosa curiosità? Forse. Per esorcizzare la paura di essere dimenticati, una volta morti?
«Credo che, da bambina, stessi cercando di dare un volto a qualcosa che tutti sentono ma quasi nessuno affronta: la paura di scomparire. I cimiteri non mi attiravano come luoghi “macabri”, ma come spazi dove il silenzio non è un vuoto, bensì un discorso interrotto», spiega Maria Veronica Zinnia. «Guardavo nomi e date e provavo un senso di pace e di tenerezza: era come se, lì, la morte diventasse più comprensibile, più umana. Avevo anche una naturale, fortissima curiosità di scoprire chi fossero quelle persone; a volte mi immaginavo perfino le loro voci. Forse ha influito anche il fatto che mio padre mi raccontasse “’A livella” di Totò come favola della buonanotte: una sorta di infarinatura precoce».
Durante la crescita si è sentita spesso fuori posto, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in lei. Si percepiva diversa. «Le mie passioni erano considerate “strane”, la curiosità per le tragedie del passato, le ricerche notturne sulla storia, i programmi di true crime che seguivo con costanza. Era come se dovessi sempre chiedermi se ciò che amavo fosse accettabile o no. Col tempo, quel silenzio ha iniziato a consumarmi. Ho smesso di volermi bene e ho iniziato ad avere un rapporto sempre più difficile con me stessa, con il mio corpo, con il giudizio degli altri. Ho attraversato undici anni di depressione, disturbi alimentari e ricoveri psichiatrici. Anni in cui, più di una volta, ho rischiato di perdere tutto. Ma proprio da quel fondo è arrivata la svolta: ho capito che la vita è troppo breve per sprecarla a diventare la versione accettabile di sé stessi».
Nel concreto Beccamorta pulisce lapidi, studia morti, ricostruisce frammenti e cita le fonti. Il suo approccio è molto più vicino a quello di un ricercatore che a quello di un narratore.
Beccamorta non è un fenomeno macabro, né un’operazione nostalgica. È un tentativo di ridare nome a ciò che consideriamo irrilevante. È una forma di pietà laica, un modo diverso di educarci alla perdita.
«I social ci spingono a mostrare, a performare, a collezionare ricordi in maniera superficiale, ma nei cimiteri ho imparato che la memoria vera è tutt’altro: è un gesto intimo, è qualcuno che si ferma, legge il tuo nome e si chiede chi fossi. Proprio come faccio io nel presente. E forse allora la vera domanda da porsi non è “come voglio essere ricordato?”, ma che cosa, della vita, vale davvero la pena lasciare dietro di me».
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