Opinioni
25 marzo, 2026Condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ha scontato gran parte della pena prima che la Corte europea dei diritti dell'uomo, nel 2015, stabilisse che il reato, al momento dei fatti contestati, non era sufficientemente definito nell'ordinamento italiano. Un Paese in cui la convenienza è l’abito della doppiezza
Ha rivendicato con fierezza di aver servito lo Stato. Il punto, semmai, è quale Stato?
Quella di Bruno Contrada, morto a 94 anni, è una vicenda umana e giudiziaria con evidenti contraddizioni e storture. Condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ha scontato gran parte della pena prima che la Corte europea dei diritti dell'uomo, nel 2015, stabilisse la violazione dell'articolo 7 della Convenzione: il reato, al momento dei fatti contestati, non era sufficientemente definito nell'ordinamento italiano. Una sentenza che non lo ha assolto, resta il favoreggiamento ai mafiosi, ma ha reso la sua pena illegittima. È la parabola di una doppiezza. Non solo sua. Lo è per l'uomo e il poliziotto, colpevole e innocente con opposti bolli di giustizia. E lo è soprattutto per un Paese incapace di guardarsi allo specchio. Meno che mai se pretende di farlo riparandosi dietro a un imputato. Che risponde per sé. In quelle aule che non hanno specchi. E porte troppo anguste per farci passare la Storia.
Eppure, di questo parliamo, se spostiamo lo sguardo a un modo di intendere i rapporti di forza tra Stato e crimine, se lasciata la comfort zone dei giudizi netti, del bianco e del nero, dei buoni e dei cattivi, delle guardie e dei ladri, entriamo nella penombra infida dell'opinabile. Dove i confini si fanno labili, si allargano a spazi di negoziato, di dare e avere, di informazioni comprate e vendute, di processi aggiustati, di concessioni diventate merce di scambio. Dove non il giusto e lo sbagliato governano le scelte, ma si impone unicamente la categoria del conveniente. Che è il mantra del potere a tutte le latitudini. Capace di invischiarsi nelle trame più turpi, di addentrarsi nell'abominio. Pur di durare, di sopravvivere.
Lo Stato accomodante, quello che scende a patti con il suo opposto, che trama, omette, nasconde, depista e talvolta si arma contro se stesso, è stato per decenni quello che a centinaia hanno servito. Raccontandosi di una superiore ragione che giustificava accordi spintisi oltre il limite della connivenza. Necessari a traghettare il sistema attraverso anni bui, aggrappandosi all'adattamento, alla duttilità. In definitiva, all'immutabilità.
Per molti lustri, la lotta frontale, i no incrollabili, la perentorietà delle scelte hanno rappresentato l'eccezione di pochi da rimuovere col piombo. Da celebrare, a sangue versato, con l'enfasi che si deve all'anomalia. Tanto più sorprendente e difforme dalla quotidiana, supina accettazione dell'esistente, da meritarsi la rozza retorica dell'eroismo. Per molti sopravvivere ha significato ritrarsi, rifugiarsi in qualche anfratto, proteggersi anche dal fuoco amico. Gli apparati ufficiali e segreti ne sono pieni. Per altri, spregiudicati, abili, doppi, l'orrore di una mattanza senza fine - come era la Sicilia tra gli anni Cinquanta e i Novanta - è stato lo scacchiere su cui muoversi con cinico azzardo. Mai veramente spericolato, se nelle reti di protezione del sistema si poteva rintracciare la legittimazione dell'indicibile.
La Storia di quella che chiamiamo lotta alla mafia non è stata né corale né popolare, tranne rare fiammate che Roma ha provveduto a spegnere sul nascere con proiettili d'ordine. Perché è quella la parola che più di ogni altra si può usare indifferentemente come sinonimo di quello Stato. C'era l'ordine costituito, le forze dell'ordine, gli uomini dell'ordine. Sempre agli ordini. Per un'Italia miope. Ma sempre ordinata.
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