Opinioni
25 marzo, 2026Benché la potenza aerea domini lo spazio iraniano, non vi sono segni di un collasso politico
A ormai quasi tre settimane dal suo inizio, non abbiamo ancora idea cosa Stati Uniti e Israele intendessero ottenere con l’attacco aereo all’Iran. È possibile che l’obiettivo fosse solo di indebolire le infrastrutture militari del regime. Insomma, l’attacco sarebbe una versione prolungata della guerra dei dodici giorni del giugno 2025. Se così fosse, il conflitto dovrebbe finire presto, con i due attaccanti che dichiarano «mission accomplished». Ma se l’obiettivo era quello di portare a una vittoria militare che culminasse in una resa del regime, l’obiettivo sembra ancora lontano. Gli attacchi aerei hanno devastato infrastrutture in molte città iraniane, ma benché la potenza aerea della coalizione domini pienamente lo spazio aereo iraniano, ciò non ha ancora portato a nessun segno di collasso militare o di resa politica del regime.
L’idea che una guerra possa essere vinta solo con la potenza aerea accompagna il dibattito militare sin dagli anni Trenta del Novecento. I teorici del bombardamento strategico, convinti che colpendo i centri industriali e civili del nemico si sarebbe provocato il suo rapido collasso morale, influenzarono profondamente le dottrine belliche della Seconda guerra mondiale.
Ci aveva provato Hitler (ispirato da Göring) con l’idea della «coventrizzazione» dell’Inghilterra. Più tardi, anni di bombardamenti anglo‑americani sulle città tedesche – da Amburgo a Dresda – causarono distruzioni immense, ma non portarono alla resa del Reich, che capitolò solo dopo l’avanzata terrestre alleata e il crollo del fronte orientale. Si potrebbe sostenere che il Giappone si arrese col bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Ma, a parte il fatto che nel caso dell’Iran (si spera) non si parla di uso di armi atomiche, molti storici ritengono che il fattore decisivo per la resa del Sol Levante fu l’attacco russo in Manciuria, del 9 agosto 1945, il giorno stesso del bombardamento di Nagasaki.
Negli ultimi ottant’anni la storia non è cambiata. In Vietnam, i tre anni e mezzo dell’Operazione Rolling Thunder non portarono al risultato di costringere Hanoi al negoziato. Il problema dei bombardamenti è che la coercizione aerea raramente annienta la capacità del nemico di combattere e, soprattutto, la sua determinazione a farlo. Un intervento aereo esterno può essere importante nell’alterare l’esito di una guerra civile già in corso, come nel caso dei bombardamenti alle forze di Gheddafi in Libia da parte di Francia, Regno Unito e Stati Uniti nel 2011, ma alla fine serve avere «boots on the ground», un passo che al momento gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a intraprendere, se non con azioni di portata limitata. Peraltro, questa tensione strategica tra intervento aereo e intervento terrestre si è sempre riflessa nel dibattito interno alle forze armate: aviazione versus esercito.
L’aeronautica tende a privilegiare la precisione, la rapidità e l’effetto strategico a distanza; l’esercito sottolinea che il controllo del territorio, la distruzione delle forze nemiche e spesso la resa finale richiedono la presenza fisica sul campo. In definitiva, il confronto odierno in Iran ripropone esattamente questa tensione: una campagna aerea potentissima, ma ancora lontana dall’aver raggiunto l’obiettivo politico ultimo se questo era di ottenere un cambiamento di regime in Iran.
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