Opinioni
27 marzo, 2026La riforma bocciata non incideva sul funzionamento del sistema, del quale bisognerà occuparsi
La copertina di questo numero si ispira a una vignetta storica di Forattini, rimasta nella memoria collettiva, pubblicata nel 1974, all'indomani del referendum abrogativo del divorzio che segnò la sconfitta della Dc guidata da Amintore Fanfani. Oggi, dopo che gli italiani hanno detto no alla riforma della giustizia col referendum del 22 e 23 marzo, al posto di Fanfani abbiamo disegnato Giorgia Meloni. Il titolo scelto “La festa è finita”, vuole sottolineare la prima sconfitta della premier e segnare l'inizio di una fase politica in cui nulla sarà più come prima.
Infatti il trionfo del No decretato da oltre 14 milioni di italiani rischia di scuotere le fondamenta stesse del governo. Anche perché, diciamocelo, con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati questa riforma della giustizia mirava a rafforzare il potere dell'esecutivo, col rischio in prospettiva di ridurre l'autonomia dei pm.
Gli italiani hanno scelto di salvaguardare la Costituzione, considerata da tutti tra le più avanzate al mondo, opponendosi a cambiamenti di fatto imposti dalla sola maggioranza. Le riforme costituzionali non sono decreti-spot, ma dovrebbero implicare una fase costituente che coinvolga tutte le forze politiche, in un dialogo ampio e condiviso. Tutto questo a suo tempo non è avvenuto e nelle aule parlamentari il governo aveva respinto addirittura molti degli emendamenti che venivano dalle file della maggioranza.
Domenica scorsa si è riaffermato un principio importante, quello dell’equilibrio tra i poteri, ma anche la difesa di una Costituzione che i cittadini continuano a considerare un presidio irrinunciabile, mentre le eventuali riforme costituzionali dovrebbero sempre basarsi sull’ascolto e sulla condivisione, in un processo costituente che includa e non escluda. Qui, al contrario, è prevalsa l’impressione di una forzatura. Gli italiani hanno risposto e tra toghe e politici hanno premiato i magistrati.
Ci hanno particolarmente colpito i voti compatti per il No del Sud e dei giovani. Per il meridione è stata probabilmente la prima occasione per esprimere il proprio disagio di fronte all’ennesimo aumento di benzina e carburanti che ha peggiorato la pressione sui redditi più bassi. Per i giovani invece probabilmente la bocciatura di una riforma voluta dal governo è stato anche un modo per dire un no deciso alla guerra in corso in Iran, contro la quale la premier Meloni non ha mai preso una posizione di netta condanna.
Per le opposizioni, infine, è la prima vittoria della sinistra unita dopo 20 anni: l'ultima risale al 2006, con la coalizione di Romano Prodi. Ma non basta dire "no": si deve costruire un programma condiviso per governare, in vista delle Politiche del prossimo anno. Serve un leader carismatico che sappia contrapporsi alla leadership di Meloni, un programma che superi le divisioni, soprattutto in politica estera. Giuseppe Conte, leader dei 5 Stelle, ha già sollecitato le primarie, Lorenzo Guerini, da noi intervistato, sottolinea che questa vittoria è un buon punto di partenza, non di arrivo.
Per quanto riguarda la giustizia, l’auspicio ora è che governo e Parlamento varino al più presto la riforma che tutti i cittadini vogliono, sia quelli che hanno votato Sì sia quelli del No, una riforma che aumenti gli organici, introduca miglioramenti e cospicui investimenti nei supporti telematici, e riesca finalmente a ridurre sensibilmente i tempi dei processi.
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