Sono queste le regole del gioco. Si bandisce un concorso. Si mette insieme una giuria. Si trova un vincitore. E l'opera dovrebbe realizzarsi. Dico dovrebbe perché in quasi nessun caso in Italia al concorso fa seguito una realizzazione. O se realizzazione ci sarà tutto avverrà in un arco non inferiore al decennio. Il concorso per il Parco della Musica e della Cultura di Firenze non poteva sottrarsi a queste regole non scritte. Ma a tutti gli effetti vigenti.
Primo scenario. Il luogo scelto è uno dei più interessanti siti di Firenze ed ha come fondale il parco delle Cascine. Accanto c'è la bellissima stazione Leopolda. Il luogo sembra essere ideale per un grande progetto. Le risorse economiche, 80 milioni, provengono dal fondo per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Qual è la strada che si percorre? Un concorso di architettura era troppo semplice? Si sceglie un percorso ad alto rischio in cui gli architetti sono maritati alle imprese e tutti vengono scelti in una selezione su referenze. Alla fine vengono scelti sei studi. Uno studio fiorentino, Archea, insieme alla società Giafi, lo studio romano Abdr con l'impresa Sac e poi ancora Isozaki (con voglia di rivincita?), l'architetto spagnolo pluridecorato Rafael Moneo, il fiorentino Adolfo Natalini e Valle Associati. Mostriamo subito il finale. L'impresa Giafi ha proposto ricorso alla decisione della giuria o avrebbe in animo di farlo.
Secondo scenario. Il concorso si basava su un progetto preliminare predisposto dall'ente banditore. E le imprese, insieme agli architetti, a partire da questi elaborati, dovevano produrre un progetto definitivo. Com'è naturale, nessuno degli architetti e delle imprese ha tenuto conto del progetto preliminare. Non si sa se in dispregio a questo lavoro o perché nulla gliene caleva.
Terzo scenario. La giuria. In giuria tutti si aspetterebbero qualche architetto di grande notorietà o almeno di esperienza internazionale. Invece, come accade sempre più spesso nei concorsi italiani, il presidente è un rispettabilissimo funzionario del ministero e gli altri membri, sicuramente serissimi, non hanno il rilievo che il progetto suggerirebbe. Discussioni sulla qualità estetica dei progetti ce ne sono a iosa. Devo dire che il progetto di Isozaki, con un linguaggio rinnovato rispetto a quanto dicevamo, è di pochissimo interesse.

Moneo ha un progetto che sembra non completato ma con qualche idea buona (la rotazione di piani a forma circolare e con una sala interessante, di cui purtroppo non si apprezza la qualità per l'assenza di una prospettiva interna leggibile). Il progetto di Archea ha una sala con fasce orizzontali a geometria variabile e una pelle sensibile che ricopre le facciate. Lo studio Abdr propone uno spazio con una soluzione che mi sembra la parte meno riuscita del progetto. Un trattamento del paesaggio al di fuori dell'edificio fa immaginare un rapporto prospettico e visivo con la parte monumentale di Firenze. La facciata ricorda un po' l'architettura olandese degli anni Novanta. Ultimo arrivato Valle, penultimo Natalini, terzultimo Moneo. Terzo Isozaki, secondo Archea, primo Abdr.
I risultati sono omogenei a questa specie di concorso-appalto realizzato. Ma quale epidemia, quale virus, trasforma ogni cosa in un risultato insoddisfacente? Ritorniamo a concorsi di architettura e di progettazione. Facciamo presiedere le giurie dei grandi progetti a personalità di rilievo e costituiamo una commissione giudicante con il vero cliente (sindaco, ministro o altro, architetti ed esperti). Aboliamo la legge che proibisce agli amministratori di essere in giuria, in quanto alla fine sono i funzionari, purtroppo, a decidere il nostro futuro. E poi a Firenze non è bastato il finale del progetto di Jean Nouvel per un albergo? L'architetto francese ha abbandonato baracca e burattini in cambio di una giusta remunerazione perché in totale contrasto con l'impresa privata che doveva realizzare la sua opera.