Grillo supera ?nei sondaggi Berlusconi. E ora punta ai delusi dall’ex Cav. Che sono oltre un milione. Per far paura a Renzi e frenare le riforme. Ecco il piano in cinque mosse. E la controffensiva Pd

Appare sul palco del Palalottomatica all’Eur tutto esaurito, la fila fuori e i bagarini scatenati a rivendere biglietti a prezzo maggiorato, una maglietta bianca con la scritta «Anti-Equitalia» e la bandiera dell’Europa addosso. Il giorno dopo, nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera dove Aldo Moro tenne il suo ultimo discorso, rieccolo invece in veste istituzionale, giacca e cravatta. Sembra un fantasma, ma il vero spettro che si aggira nella campagna elettorale per le Europee del 25 maggio non è Beppe Grillo, ma “il sorpasso”. Prima quello di Silvio Berlusconi, che i sondaggi già attestano. Poi l’ultima spericolata operazione politica, quella per accaparrarsi più voti possibile fra i delusi dell’ex Cav (che sono più di un milione) e insidiare il primato del Pd di Matteo Renzi. «Vinciamo noi», urla Grillo a fine comizio (a pagamento). E nel cerchio renziano non lo prendono per un delirio, anzi. Da giorni in largo del Nazareno si parla insistentemente di un sondaggio shock che darebbe il Movimento 5 Stelle in testa. A rivelarlo sono alcuni dirigenti che incrociano con preoccupazione due linee di tendenza. I consensi per M5S che recupera e mantiene il risultato boom delle politiche 2013. E il crollo di Forza Italia che segue di pari passo la fuga dall’armata berlusconiana dei Paolo Bonaiuti (in senso figurato) e dei Marcello Dell’Utri (in senso reale), oltre che il destino di Silvio assegnato ai servizi sociali. Del sondaggio Pd, in verità, non c’è traccia. Né prova. Anzi, Roberto Weber (Ixè), il più attento rilevatore del comportamento elettorale grillino, pensa il contrario: «Il Pd di Renzi ha margini di crescita molto grandi, il gradimento nei confronti del premier tocca punte del 60 per cento, quasi il doppio di chi dichiara il suo voto per il partito. Mentre il potenziale di Grillo è limitato. Non c’è più il consenso fluttuante di un anno fa». Ma l’operazione sorpasso è qualcosa di più di una fotografia. Per Grillo è un sogno da vendere, proprio come alle politiche, quando le rilevazioni lo davano dieci punti sotto il dato reale. Per Renzi è una sirena d’allarme: se M5S crescesse troppo verrebbe giù l’impalcatura delle riforme, a partire dall’Italicum che prevede il ballottaggio tra i primi due. E così il comico capo politico, come si definisce Grillo, è ai blocchi di partenza col piede sull’acceleratore. E cinque marce da ingranare. Cinque mosse cui Renzi intende rispondere. A partire dall’effetto anti-casta di quote rosa, taglio agli stipendi dei manager e liste rinnovate.

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1 IL MITO DEL PRIMO POSTO
«Vinciamo noi, saremo il primo partito. Stiamo crescendo in maniera esponenziale, alle amministrative saremo presenti in 700 comuni», giura Grillo. «Ma anche se arrivassimo secondi, come sperano loro, cambierà tutto. Avevano fatto una legge elettorale per eliminarci e invece al ballottaggio ci andremo noi. E poi, come ho sempre detto, finirà come in “Highlander”, resterà uno solo». L’Italicum, approvato un mese fa alla Camera e in attesa di esame al Senato, prevede che al secondo turno vanno le due liste o coalizioni che al primo non sono riusciti a superare la percentuale del 37 per cento. In tutti i sondaggi tra Pd e M5S c’è una differenza di dieci punti, ma è vero che l’erosione di Forza Italia potrebbe portare il movimento grillino a superare da solo il blocco di centrodestra coalizzato. Perché, se è vero che dieci punti a quaranta giorni dalle elezioni sembrano un fossato incolmabile, Renzi e il Pd continuano a individuare in Grillo il competitore da battere? Effetto paura: lo insegnava la vecchia Democrazia cristiana (e poi Berlusconi), l’elettore compie la sua scelta di campo più per la preoccupazione di fare perdere il partito che ritiene il male assoluto piuttosto che veder vincere la lista più vicina alle sue preferenze. Successe nel ’76 quando la Dc richiamò il voto dei moderati per battere il Pci di Enrico Berlinguer. Oggi al posto del fattore K c’è il fattore G. E Renzi, in poche settimane di governo, sta trasformando il Pd nel nuovo partito-Stato, come fu la Dc: occupa ministeri, enti pubblici, apparati. «All’epoca c’era il bipolarismo imperfetto Dc-Pci, oggi si rischia il bipersonalismo imperfetto Renzi-Grillo», commenta il costituzionalista Fulco Lanchester. La paura di un nuovo boom di Grillo aiuta il premier-segretario a fare il pieno di elettorato berlusconiano in uscita, anche perché le liste del Pd sono debolissime. Ma vale anche il ragionamento opposto: nella competizione con Renzi Grillo può diventare l’unico punto di riferimento per quel pezzo di Italia che detesta o che non si fida del leader fiorentino e dell’asse con Berlusconi. Mentre a Palazzo Chigi il premier riceveva l’ex Cavaliere, Gianni Letta e Denis Verdini, nel Palasport dell’Eur Grillo infiammava diecimila spettatori contro «l’ebetino di Firenze». Anti-renzismo versus anti-grillismo, il ring solo per loro, fuori i secondi.

2 CACCIA AI VOTI DI FI
Lo sprint inatteso per Grillo si nasconde nella zona grigia dei delusi dell’ex Cavaliere. Già. Condannato ai servizi sociali, se è vero che il leader di Forza Italia potrà - pur con moderazione e senza criticare i magistrati - farsi vedere in pubblico e fare campagna elettorale per le Europee, è anche vero che da martedì la macchina grippata degli azzurri corre senza pilota. Non solo l’effetto martirio della condanna di Cassazione è svaporato dopo la decisione dei giudici di infliggere la pena più lieve al reo, ma si moltiplicano gli elettori azzurri ormai persuasi che il Cavaliere non ci sia più, né possa più esserci in futuro. Non come prima almeno, non come capo assoluto. E così il sogno infranto dei delusi diventa la certezza di essere orfani. Secondo i sondaggi sono oltre un milione e mezzo gli elettori che, anche contro Pier Luigi Bersani, avevano confermato il voto a Silvio, e sono invece oggi pronti a sfilarsi. Ed è proprio lì che Grillo vuole penetrare. Tentando in tutti i modi di spostare quel consenso verso il Movimento 5 Stelle. Un piano che ha un suo appeal nel centrodestra, secondo il politologo Alessandro Amadori di Coesis, «perché se è vero che Renzi gode di un consenso trasversale nel Paese, è anche vero che in Italia gli spostamenti diretti di voto da destra a sinistra sono difficilissimi. Più facile per un elettore deluso di Fi o che si senta orfano di Berlusconi parcheggiare il suo voto nell’astensione o nel M5s». Ed ecco il punto debole della strategia del Pd. Attaccare Berlusconi, in questa fase, potrebbe favorire Grillo anziché i democratici. Mentre una performance elettorale dell’ex Cavaliere che riesca ad arginare il crollo degli azzurri (che nei sondaggi oscillano fra il 15 e il 20 per cento) potrebbe, per assurdo, favorire proprio il Pd. Distanziando Grillo e il suo movimento. Così l’ex comico genovese da giorni indirizza messaggi alla pancia della destra delusa. La battaglia contro Equitalia, da abolire: alla conferenza stampa alla Camera di presentazione della proposta di legge Tiziana Marrone, vedova di un imprenditore suicida perché vessato dalla cartelle esattoriale, pronuncia parole care alla destra berlusconiana della protesta fiscale («oggi si evade per necessità, gli imprenditori lo fanno perché lo Stato ci sta uccidendo»), sullo schermo scorre la foto di Attilio Befera «mandarino di Stato», Grillo annuisce compiaciuto. La contestata riscrittura di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, con tanto di photoshop. E toni quasi teneri nei confronti del nemico Silvio. Che Beppe tratta come un pensionato da compatire, più che un pregiudicato da ammanettare. «Forza Italia è finita», annuncia, ora ci siamo noi, sottinteso. Una strategia che può attecchire, secondo Amadori, visto anche che «Renzi è un ermafrodita politico», aggiunge il politologo: «Il premier sarebbe un attrattore formidabile di voti del centrodestra, se fosse il leader di quello schieramento. Mentre, rappresentando l’avversario storico dei berlusconiani, non riesce a esercitare al massimo il suo eros elettorale». E Grillo lo sa bene. Per cui ci va giù duro. Convinto che quel 20 per cento di berlusconiani ormai persuasi che il ventennio del Cav è finito siano pronti a parcheggiarsi nella protesta. Più che aderire a una nuova leadership politica.

3 NO A BRUXELLES
L’ultima tappa del tour elettorale di Beppe Grillo è fissata a Bruxelles. Per quella che già si prefigura come una versione transnazionale della folla che, nell’ultimo giorno di campagna elettorale per le politiche, riempì San Giovanni in Laterano a Roma al grido: «Siete circondati!». Con lo stesso intento, quello di dare l’impressione di assediare l’Europarlamento, il Montecitorio d’Europa, la sede di tutti i mali, il luogo del grande inciuci internazionale fra banche e partiti tradizionali, si lavora per allestire il comizio conclusivo proprio nella capitale belga, un evento già annunciato a gennaio, ben prima della caduta di Letta e dell’arrivo di Matteo Renzi a palazzo Chigi, per far sentire la voce dei 5 Stelle «in faccia alle istituzioni europee», ripetono i grillini. Non è una scelta casuale quella dell’ex comico. Anzi, è l’ultima accelerata della strategia del sorpasso. L’idea, cioè, che l’elettore italiano, soprattutto quella massa di indecisi che supera ampiamente il 30 per cento, possa scegliere chi votare a Strasburgo con uno spirito diverso da quello che userebbe di fronte al voto politico. Come a dire che, laggiù, così lontano, dove siamo abituati a vedere sfilare ministri e premier a caccia di accordi e flessibilità, il popolo degli “arrabbiati” potrà invece contare su un partito di lotta, pronto a fare la voce grossa contro l’eurocasta. «Una strategia che tocca la pancia del centrodestra», spiega Amadori, «un elettorato per cui il tema della protesta fiscale, anche pesante, è uno dei totem profondi». Con un pericolo in più per il Pd: «Le elezioni europee, con il sistema delle liste separate, tendono a mostrare il lato partitico degli schieramenti, nascondendo il leader. Elemento, questo, che favorisce Grillo rispetto a Renzi. Forte quando è meno connotato come capo della sinistra. E più debole quando invece per lui parlano il simbolo e i candidati del vecchio Pd.

4 GIOVANI E PERIFERICI
I punti di forza elettorali del Movimento 5 Stelle sono gli stessi di un anno fa, anche se consolidati. E sorprendenti. «Se votassero solo gli elettori under cinquanta il movimento di Grillo sarebbe di gran lunga il primo partito», conferma Weber. «È lì, tra i più giovani, che c’è la parte più sofferente del Paese. Renzi cerca di penetrare tra quelli che sono i suoi coetanei, la sua generazione, ma ha una difficoltà ad arrivare, non riesce a parlare all’area della sofferenza, della perifericità. La sinistra viene avvertita come complice, connivente. Grillo, al contrario, sente e rappresenta il dolore di una parte della società italiana ma non parla a chi sta meglio: se avesse una strategia anche nei confronti di questo target sarebbe davvero competitivo». Una potenzialità che il comico prova a intercettare. Nel tour, coperto dalla bandiera europea, muovendosi nella platea va alla ricerca dei capelli bianchi presenti (minoritari), costruisce un messaggio a misura della sua generazione: «Io vi capisco, avete una ricca pensione, tanto tempo libero, viaggiate, vi godete il benessere, cosa può spingervi a votare uno che urla? Anch’io avrei dovuto fare lo stesso. Ma attenzione: quanto può durare? O cambiamo tutti in questo momento straordinario o arrivano i nazisti come in Ungheria e in Grecia». La periferia che vota Grillo non è solo generazionale, è anche geografica. L’Italia profonda del Nord che votava per la Lega, perfino un pezzo di Veneto che sogna la secessione, prontamente corteggiato con abilità dal comico ligure: «Ma quale secessione? Questo è un paese che manda in galera venti veneti che fanno un carro armato in giardino mentre il presidente della Repubblica riceve al Quirinale un pregiudicato». E c’è il Sud più aggredito dai mali di sempre e dalla crisi economica degli ultimi anni: in Sicilia il Movimento 5 Stelle è ormai un partito di massa, la lista più votata dell’isola, il trasformismo e la guerra per bande all’interno della giunta Crocetta non aiuta i partiti a recuperare credibilità.

5 Il NUOVO GRILLO
Il primo segnale della nuova strategia comunicativa di Grillo è stata la lunga intervista a Enrico Mentana per “Bersaglio mobile”, seguita dalle interviste ai giornali e da una raffica di conferenze stampa: impensabile un anno fa. Poi lo spettacolo a pagamento, un mix tra il repertorio del vecchio comico che afferra al collo gli spettatori in platea e li strapazza («scusami, ti ho già scrollato!») e lo slang del nuovo capo politico: «A me un po’ di dna mi è rimasto, ma voi chi cazzo siete?», chiede al suo pubblico-militante e, in fondo, anche a se stesso. «Sono un rabdomante», dice di sé il comico che si fece leader, desideroso di lanciare una nuova classe dirigente («Invidio Alessandro Di Battista, fa più gente di me nelle piazze»), preoccupato per la salute del suo compagno di avventura politica e umana Gianroberto Casaleggio, operato alla testa: «Sta bene, tornerà», rassicura Beppe. Ma l’improvviso malore di Casaleggio priverà nelle prossime settimane il Movimento 5 Stelle di un geniale e molto discusso stratega. E il desiderio manifesto di Grillo di tornare sulle scene da attore testimonia che, comunque vada il risultato, le elezioni europee chiuderanno la prima fase del Movimento 5 Stelle. Ripetere le percentuali del 2013 significa che il voto grillino si è consolidato, è ormai una presenza stabile nella geografia elettorale, non più una meteora, una bolla mediatica destinata a rientrare in poche settimane. Una nuova vittoria di Grillo potrebbe coincidere con la prima sconfitta di Renzi: tutte le misure immaginate dal governo, dalla guerra ai burocrati e agli stipendi dei manager di Stato all’eliminazione del Senato elettivo, sono pensate per svuotare il bacino elettorale dell’anti-politica che guarda a Grillo, potrebbe finire per gonfiarlo. Ma dopo il 25 maggio M5S dovrà chiedersi cosa c’è nel suo futuro: per questa volta c’è ancora il rabdomante Grillo a trainare il suo popolo, ma sarà l’ultima. Perché anche i 5Stelle stanno per chiudere la fase rivoluzionaria e aprire quella istituzionale (vedi articolo a pagina 37). Un minuto dopo la chiusura delle urne si aprirà la partita del successore di Grillo, quello che condurrà milioni di elettori italiani nello scontro vero, le elezioni politiche contro Matteo Renzi. «Il populismo è la più alta idea politica che esista, sono orgoglioso di esserlo», conclude Grillo, fondatore di un nuovo movimento che va oltre la destra e la sinistra. E allora, chi guiderà il Partito Populista Italiano?

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