E’ come un 1992 al contrario, un nastro che si riavvolge, un film all’inverso: stavolta, invece che riunirsi coi suoi dirigenti per segnare le tappe del suo futuro ingresso in politica, Silvio Berlusconi se ne sta rinchiuso coi figli-manager a disegnare la exit strategy per le proprie aziende, la vendita del Milan a mister Bee o a mister Lee, la cessione della pay tv di mediaset a Murdoch o a Vivendi. La politica, forse per la prima volta negli ultimi vent’anni, è finita in fondo ai suoi pensieri: le faide interne a Forza Italia, Fitto e Verdini, la lacerazione in Puglia tra fazioni e candidati così ardita che pare un kamasutra: tutto lontanissimo. Ancor meno appassionante l’Italicum, sul quale nonostante i drammi del Pd e le fiducie in Aula, nell’ultima settimana Berlusconi non ha trovato voglia di dire assolutamente nulla. “Renzi è malato di bulimia di potere, la legge elettorale è autoritaria e non la voteremo” sono le ultime sue parole, datate 22 aprile. E stop.
Per chi ha il gusto delle ricorrenze, la misura tra l’ora e l’allora si ha per esempio a ricordare il modo col quale il Cavaliere celebrò la festa dei lavoratori nel 2001: “Ho sempre considerato il primo maggio la festa fatta per me, perché ho lavorato tantissime ore tutti i giorni, tanto che secondo i miei calcoli dovrei essere in pensione già da tre mesi e diciotto giorni, mentre i signori della sinistra non hanno mai lavorato”.
Provocatorio, spavaldo, irritante: un pezzo di quello “spirito del 94” che oggi tanti a destra invocano a ripetizione. “E’ il tramonto”, segnala Martino, uno che c’era sin dall’inizio. Certo, Berlusconi dice che poi metterà testa sul restyling del partito. Ma intanto, sul sito di Forza Italia langue l’appello a donare il due per mille (“vale molto e non ti costa niente!”, punto esclamativo), l’indirizzo forzasilvio.it fatica a caricarsi, e la pagina Facebook del Cavaliere conta cinque interventi in un mese: l’invito a comprare in edicola il mensile “Buongiorno Italia”, il consiglio di votare in Veneto Simone Furlan, una smentita a “La Stampa”, l’appello unitario dopo la strage di migranti nel canale di Sicilia, la pubblicità del 2 per mille (di nuovo).
Ed è, questa dei social, solo la punta dell’iceberg. Perché è tutto il contorno politico che gira intorno al Cavaliere a parere carta da parati che si stacca. Infiltrazioni, bolle d’aria, crepe, come in un timelapse di decadenza. I debiti del partito, la sede romana in dismissione, le guerrette burocratiche intorno alla gestione del simbolo, l’ultimo vertice lasciato presiedere a Maria Rosaria Rossi, addirittura per la prima volta l’assenza, dal simbolo, del nome del leader.
Segnali tanto più pesanti, perché seguono all’assoluzione nel processo Ruby di marzo, e all’estinzione della pena dopo la condanna per frode fiscale, arrivata giusto a metà aprile. “Da oggi Berlusconi è di nuovo in campo”, aveva subito twittato garrula Mara Carfagna. E invece è mancata sin qui l’equivalenza: Berlusconi non deve più andare a Cesano Boscone, sì, ma non per questo pare mostrare un maggior interesse a riconquistare in qualche modo Palazzo Chigi, o per lo meno una percentuale a due cifre nel voto di fine maggio.
“Sto studiando il calendario delle mie presenze per le prossime regionali", è infatti l’ultima vaga dichiarazione circa la campagna elettorale in corso, della quale nessun appuntamento è per ora confermato. Di certo sono esclusi comizi di piazza, perché, ha chiarito Berlusconi “all’aperto rischierei la vita”, essendo “il primo obiettivo” dei terroristi dell’Isis. Si favoleggia di un possibile pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo sulla tomba di Padre Pio, omaggio alla madre e alla necessità di un miracolo alle urne, ma poi chissà se si farà. E’ molto più vivida, per Berlusconi, la “certezza” che la Corte europea di Strasburgo “stabilirà la mia innocenza”.
Certo, poi si sa che il Cavaliere è sempre risorto dai suoi periodi bui. Renato Brunetta, per dire, ne è sicuro: “Rivincita, altro che riposo. Battaglia a tutto campo, altro che buen retiro. In Berlusconi non esiste alcuno spazio mentale o fisico per la resa", scriveva qualche giorno fa il Mattinale, col suo bel tono a metà tra il futurismo e l’Istituto Luce. Epperò va pure detto che il Mattinale, in mancanza di fulgidi esempi più recenti, lo scorso 25 luglio ha ripubblicato lo “storico discorso” che l’allora premier fece a Onna, tra i terremotati dell’Aquila, nel 2009. Per far risplendere quell’apoteosi. L’ultima volta in cui, davvero, il Cavaliere potè interpretare senza ombre il ruolo dello statista con un futuro, prima che Noemi Letizia, i Bunga bunga e tutto il resto gli cascassero addosso. E che passati sei anni è davvero ormai lontana.