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Nato 42 anni fa a Greve in Chianti, Carrai è l’unico fedelissimo del Giglio Magico che non ha ancora ottenuto una poltrona governativa. Ma è quello che finisce sempre in prima pagina. A torto o a ragione. A chi gli chiede cosa fa nella vita, risponde secco: «Sono un libero imprenditore». Con un pizzico, però, di falsa modestia: già compagno di Risiko di Renzi, suo assistente prediletto durante la scalata alla provincia di Firenze, a Palazzo Vecchio e alla segreteria del partito, Carrai a 35 anni ha cambiato vita e si è buttato nel business: dal nulla ha creato società che fatturano milioni, ha ottenuto incarichi in partecipate pubbliche e fondazioni politiche (l’Open del premier), è diventato un lobbista potente con entrature importanti in Usa e Israele (fu lui ad accogliere Benjamin Netanyahu in visita a Firenze con la scusa di essere presidente dell’aeroporto della città) e proprietario di startup che fanno affari d’oro.
L’ultimo colpaccio, in ordine di tempo, è quello con Alibaba, il colosso digitale del suo amico multimiliardario Jack Ma. Già. Se qualcuno ha visto lo zampino di Carrai anche nella sostituzione dell’ex amministratore delegato della banca Monte dei Paschi di Siena Fabrizio Viola (l’imprenditore, smentendo la ricostruzione di Ferruccio De Bortoli sul “Corriere”, ha ammesso di aver spedito un sms solo per consolare l’amico Viola, che era stato invitato al suo matrimonio anche con il neo ad Marco Morelli), qualche giorno fa il “Fatto” ha dato la notizia che il “fratellino” di Renzi si è messo in affari con una delle più grandi aziende del mondo. La cinese Alibaba, appunto, una società di commercio elettronico che - con ricavi che sfiorano i 17 miliardi di dollari - ha superato persino il colosso americano Amazon.
Carrai si è mosso su due fronti. Prima ha creato un contatto diretto con Jack Ma, l’amministratore delegato di Alibaba, conosciuto anche grazie alla mediazione di Fu Yixiang, il vulcanico vicepresidente della Camera di commercio italo-cinese. Poi ha sfruttato un accordo siglato nel 2014 dall’esecutivo, aprendo qualche mese fa una società di e-commerce chiamata “e-Marco Polo”. Una spa che aiuterà le imprese tricolori a sbarcare in Cina per vendere i propri prodotti (soprattutto dell’agroalimentare) attraverso le varie piattaforme gestite da Alibaba. Una sorta di vetrina del “Made in Italy” che dovrebbe essere lanciata a fine novembre. Niente di strano, se non fosse che un documento interno del ministero dello Sviluppo economico (Mise) scovato da “l’Espresso” evidenzia, in merito all’«accordo Mise/Alibaba per la distribuzione online di prodotti italiani in Cina» firmato dall’allora ministro Federica Guidi e dal capo del colosso cinese, come «inizialmente il Mise aveva affidato l’esecuzione dell’accordo a Ice. In seguito la società italiana “Cambrige Management Consulting Labs” ha portato avanti l’iniziativa per realizzare un progetto denominato e-Marco Polo, nel quale sono state coinvolte Unicredit e Intesa San Paolo».
Carrai ha creato una società, la Imprenditori per e-Marco Polo, i cui soci sono la Cremonini, le sue Cmc Labs e Carfin spa e la Sdb srl del suo amico e socio Vittorio Giaroli. Poi ha coinvolto le due più grandi banche italiane, Intesa e Unicredit, che hanno investito nel progetto sottoscrivendo dei warrant, uno strumento finanziario che consente loro di acquistare il 49 per cento delle azioni della e-Marco Polo spa. «Ora non scriva che ci siamo buttati nell’affare di Alibaba solo perché c’era Carrai» spiegano da uno dei due istituti. «Nel business che ci hanno proposto noi ci crediamo davvero: fondamentalmente cercheremo di portare su Alibaba circa 200 dei nostri clienti che operano nel settore agroalimentare». Solo Stefano Lucchini, direttore degli Affari regolatori di Intesa, ha cercato di sfilare la sua banca dal business: tra i soci di Carrai c’è infatti Leonardo Bellodi, il lobbista che gli ha fatto le scarpe scalzandolo qualche anno fa dalla poltrona delle relazioni istituzionali dell’Eni. Alla fine, però, l’operazione si è fatta lo stesso.
Nessun dubbio che il business sia davvero appetibile. Il dubbio di qualcuno è che il governo abbia voluto favorire l’amico del presidente del Consiglio. Dal Mise (oggi guidato da Carlo Calenda, fino a pochi mesi fa viceministro proprio con delega all’Ice) chiariscono però che «l’attività della CmC di Carrai non ha nulla a che vedere con l’implementazione dell’accordo sottoscritto dal governo: Alibaba opera a livello internazionale con molteplici società di servizi specializzate nel fornire supporto operativo alle imprese che intendono sbarcare sulle sue piattaforme online. Il progetto e-Marco Polo è una di queste. L’Ice non ha alcun rapporto, né accordo, né contratto in essere che riguardi o abbia riguardato l’attività di CmC Labs». Anche Riccardo Monti, ex presidente dell’Ice rimosso da Calenda qualche mese fa, ride a chi gli parla di complotti o favoritismi: «L’Ice non è mai stata attrezzata per fare una società informatica e di supporto logistico. Non c’è stato alcun subentro di Carrai al posto nostro. Noi abbiamo continuato a fare con Alibaba altre iniziative di successo, come la promozione on line dei vini italiani».
Marchino, alle critiche, ama replicare con un verso della Divina Commedia: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa». E non fa un plissé nemmeno a chi gli fa notare l’esplosione, in contemporanea con l’ascesa politica di Renzi, del fatturato della sua Cmc Labs. Nata nel 2012, un anno prima che Matteo salisse a Palazzo Chigi, la società nel 2013 ha fatturato 1,7 milioni di euro, producendo un utile di 46 mila euro. Leggendo l’ultimo bilancio del 2015, si scopre che il giro d’affari è quadruplicato, arrivando a 6,7 milioni di euro, e che i guadagni netti l’anno sono balzati a 1,4 milioni, aumentando di fatto di 30 volte. Un miracolo, in tempi difficili.
Tra gli affari del 2015 spunta, di nuovo, la Unicredit, che ha firmato con Carrai e i suoi soci un contratto da 250 mila euro con la Cgnal spa, una società controllata da Carrai, suo fratello Stefano e l’amico Vittorio Giaroli. Obiettivo della commessa, voluta dall’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, era quello di “profilare” al meglio i Big Data dei clienti della banca per espandere il business dell’istituto. La collaborazione è durata solo otto mesi, da febbraio a ottobre 2015, e non è stata più rinnovata. Anche perché Unicredit è proprietaria al 100 per cento di Ubis, una delle più grandi società d’Europa specializzata proprio in information management e Big Data: non si capisce come mai abbia affidato un contratto esterno a una società nata appena due mesi prima. Per la cronaca anche la neonata Cgnal nel 2015 si è fatta valere, ottenendo nei primi 12 mesi di vita commesse complessive per oltre un milione di euro.
«A Palazzo Chigi c’è l’unica merchant bank dove non si parla inglese», fu la massima coniata da Guido Rossi quando il premier Massimo D’Alema era alle prese con la privatizzazione di Telecom ceduta a debito ai “capitani coraggiosi” Colaninno, Gnutti & C. Oggi l’accusa che molti fanno a Renzi, prima in seguito alla vicenda di Banca Etruria che ha visto il coinvolgimento del padre del ministro Maria Elena Boschi, poi alla decisione di cacciare il manager di Montepaschi contrario all’operazione di salvataggio della banca attraverso l’intervento di JP Morgan, è di aver messo in piedi una merchant bank che parla con accento fiorentino.
Se “l’Espresso” scoprì come l’avvocato del presidente del Consiglio Alberto Bianchi ottenga consulenze a cinque zeri da società pubbliche controllate dal governo, Carrai resta in ballo per diventare superconsulente di Palazzo Chigi alla cybersicurezza nazionale. La decisione (che potrebbe diventare esecutiva in caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale) è stata bloccata dopo le proteste da parte degli addetti ai lavori sulle reali competenze tecniche di Carrai e di coloro che, nel governo, temono che Marchino possa entrare a gamba tesa nel loro campo di gioco, in primis il sottosegretario Marco Minniti, che ha la delega ai servizi segreti, e Luca Lotti, appassionato di 007 e barbe finte.
La nomina, inoltre, rischia di finire in conflitto di interessi con un altra società di consulenza di Carrai, la Cys4, che si occupa proprio di protezione cibernetica per le aziende. Dal governo hanno spiegato che, se arrivasse l’incarico, l’imprenditore dovrà lasciare il controllo delle quote dell’azienda, ma in molti - anche al Copasir - restano assai preoccupati. Fondata nel 2014 dalla CmC Labs (Carrai ha da poco venduto parte delle quote all’israeliano esperto in sicurezza Ofer Malka), dall’ex dirigente Finmeccanica Mauro Tanzi e da Bellodi, la Cys4 non solo lavora a stretto braccio con esperti stranieri di Tel Aviv, ma ha avuto fino a pochi giorni fa come capo della ricerca e sviluppo il giovanissimo Andrea Stroppa.
Un esperto informatico che nel 2012 fu indagato per aver promosso e partecipato «a un’associazione a delinquere finalizzata alla realizzazione di accessi abusivi a sistemi informatici, detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso, interruzione illecita di comunicazioni informatiche», come si legge nel dispositivo del giudice delle indagini preliminari che nel maggio del 2013 dispose gli arresti domiciliari per quattro dei dieci hacker del gruppo. Tutti membri di Anonymous Italia, che secondo le indagini della polizia postale hanno attaccato per settimane siti della polizia di Stato, dei carabinieri, del governo, del ministero dell’Interno, oltre ai siti di leader politici come Beppe Grillo e Massimo D’Alema.
Stroppa, che allora non era ancora maggiorenne, ha partecipato direttamente alle azioni contro il sito di un sindacato della polizia penitenziaria, della Guardia costiera, della Banca di Imola e della Luiss. Sei hacker hanno patteggiato pene dai cinque anni agli otto mesi, mentre l’ingegnere Gianluca Preite (che si difende spiegando di essere stato lui stesso la fonte della polizia durante gli attacchi, e di essere stato poi incastrato dalle forze dell’ordine) è oggi sotto processo. Stroppa ha invece ottenuto il perdono giudiziale dal Tribunale dei minori. Un’estinzione del reato che viene concessa ai minorenni purché la somma delle pene inflitte non superi i due anni di reclusione.
«Non sono certo fiero di quello che ho fatto, ma erano altri tempi» spiega l’hacker, finito a lavorare con i privati come spesso accade a quelli bravi. «Però ricordo che io ho pubblicato ricerche sulla cyber security su giornali come “New York Times”, “Guardian”, “Wall Street Journal” e “Washington Post”. Ho il privilegio di scrivere per il World Economic Forum. Il referendum? Se mi chiamano per dare una mano posso anche andarci, ma sia chiaro che né io né Carrai abbiamo bisogno della politica per lavorare. Io ora sono suo consulente e consigliere. Per quanto riguarda la cyber security a Palazzo Chigi, non so cosa dovrei andare a fare. Ho tanti progetti da mandare avanti e mai nessuno mi ha chiamato». Almeno per ora.