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Quello che nemmeno l’Espresso poteva prevedere era Danilo Toninelli. Entrato in extremis nella lista dei ministri al posto del geologo Mauro Coltorti, l’ex ufficiale dei carabinieri di leva ed ex perito assicurativo non si era mai occupato di infrastrutture prima e forse vorrebbe non essersene mai occupato.
Un anno dopo l’insediamento nella fossa dei serpenti di Porta Pia, il “ministro dell’entusiasmo” nella satira di Maurizio Crozza ha perso per strada un viceministro, il leghista genovese Edoardo Rixi condannato in primo grado a tre anni e cinque mesi, un sottosegretario, l’altro leghista genovese Armando Siri, indagato per corruzione e con un precedente per bancarotta fraudolenta. Restando a Genova, il 14 agosto 2018 è crollato il ponte Morandi (43 morti) e anche l’estate del 2019 non si annuncia sotto buoni auspici, con la collisione nel canale della Giudecca a Venezia fra un battello e una grande nave da crociera, il giorno della festa della Repubblica. Fra una disgrazia e l’altra c’è stato tempo per una serie di trovate che vanno dal filmato del Tg2 a favore dell’energia pulita girato sul Suv diesel alla novità dei seggiolini per neonati con il sensore anti-abbandono degna della rubrica di Cuore “Mai più senza”.
La sfiga ci vede benissimo, disse Roberto “Freak” Antoni degli Skiantos, ma il filo nero di Danilo è andato oltre gli incidenti e le gaffe che, per definizione, possono capitare. Il problema di Toninelli è stato fare il ministro contro se stesso, contro le sue convinzioni e contro qualunque cosa desiderasse fare. Si è opposto al Tav Torino-Lione e il premier Giuseppe Conte ha detto che «la strada è segnata». Era contro le grandi navi a spasso in laguna di fronte al campanile di San Marco e, dopo il botto del 2 giugno, ha dichiarato che «dopo anni di stasi siamo prossimi a una soluzione capace di tenere assieme tutti gli interessi in campo». È sempre stato contro le pedemontane in Lombardia e Veneto e i governatori leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia gli hanno riso in faccia senza aspettare che lo facesse il vicepremier verde Matteo Salvini.
Più di tutto era contro la fusione Anas-Fs firmata dal predecessore Graziano Delrio. Aveva promesso di revocarla e invece ha soltanto cacciato il presidente Gianni Armani e provocato l’esodo dei suoi manager: 6 milioni di euro in buonuscite nei primi cinque mesi del 2019 elargiti ai dirigenti della vecchia gestione e processo della Corte dei conti in arrivo.
Ancora: aveva promesso tremenda vendetta contro Autostrade per il ponte Morandi e ha solo bloccato gli investimenti della società dei Benetton (uscite) senza potere ridurre i pedaggi (entrate). Un altro concessionario autostradale, Carlo Toto, ha minacciato di chiudere il tunnel dell’Autostrada dei parchi che passa sotto il Gran Sasso perché non intende partecipare alla messa in sicurezza del sistema idrico.
L’emendamento dello Sblocca cantieri che facilita la revoca delle concessioni, fortemente voluto dal ministro, si scontra con la necessità di trovare un socio privato che partecipi all’ennesimo salvataggio dell’Alitalia. Si tratta dello stesso Toto, ex proprietario di AirOne, accollata alla compagnia di bandiera in articulo mortis undici anni fa, degli stessi Benetton colpiti dalla fatwa del 14 agosto 2018 e di quella stessa Anas-Fs che bisognava a tutti i costi smontare come esempio perverso della politica economica renzista perché le strade sono un mestiere, le ferrovie un altro, come ragionava con buon senso Toninelli. Oggi il governo si trova a pochi passi dal decretare la nascita di un mostro senza precedenti nel mondo conosciuto: la megaconglomerata strade-ferrovie-aerei. Mancano bici e monopattini e il comparto è al completo.
Un altro fiore all’occhiello del Mit gestito dai grillini è o, per meglio dire, era la commissione di esperti coordinata da Marco Ponti e incaricata di valutare il rapporto costi-benefici delle grandi opere. L’ultima volta se ne è parlato a febbraio, quando la Torino-Lione è stata bocciata perché le spese superano i vantaggi per 7-8 miliardi di euro. Da lì in avanti si segnala soltanto la polemica pubblica di Ponti che ha sfidato il Mit a pubblicare l’analisi sull’alta velocità Brescia-Padova e sul Terzo valico Milano-Genova.
Questo accadeva a pochi giorni dalle Europee, quando l’invito di Ponti non poteva essere accolto per ragioni di opportunità elettorale. Toninelli era impegnato a diffondere gli ottimi risultati del ministero in varie sedi. Per esempio, il 6 maggio è andato al convegno dell’Ance, l’associazione dei piccoli costruttori, a magnificare 2 miliardi di euro di investimenti su «un patrimonio di pregio assoluto della nostra bella Penisola, un patrimonio fortemente legato ai nostri territori, che li difende e li valorizza, contribuendo a creare ecosistemi di pregio». Parlava delle dighe.
E mentre il suo vice Rixi, non ancora condannato per le spese pazze della Regione Liguria, gestiva la partita strategica della Via della Seta e dei porti con gli emissari del governo cinese, Toninelli visitava il suo collegio elettorale nella Bassa Padana tra Cremona e Parma per annunciare la riapertura del ponte sul Po tra Casalmaggiore e Colorno, chiuso da due anni e finanziato con 5 milioni di euro dal Mit. È lo stesso ponte che durante la campagna elettorale del 4 marzo 2018 Toninelli, allora parlamentare dell’opposizione, visitava in barchetta al grido di «Delrio, dove cazzo è?».
Hanno detto che lo avrebbero cacciato da quando è arrivato a Porta Pia. Toninelli ha fatto come quegli allenatori abituati alla panchina traballante, che resistono perché è dura trovare un sostituto. E se Luigi Di Maio, dopo il disastro delle Europee, si è lamentato di essere l’unico del Movimento che sta lì a prendere gli schiaffi, per il Mit ci vuole uno con i calli sulla faccia. Sarà difficile trovarne meglio di Danilo, che si è allenato per un anno.