Nella sua attuale incarnazione - a spanne siamo oltre la ventesima - dipinge quadri astratti tipo Pollock. L’ingresso della sua casa è invaso di tubetti di colore, cavalletti, tele, pennelli, tappi, plastica distesa sul parquet. È prossimo a una mostra. Non si prende affatto sul serio. «Ma è arte?», si autodomanda. «No!», si precipita a rispondere con uno scoppio di risa, come in una neoincarnazione del dottor Armà, il critico d’arte di Teleproboscide, quello delle opere d’arte di “Franco Sta-con-la-nana” impersonato da suo figlio Corrado nell’”Ottavo Nano”. Paolo Guzzanti, 80 anni, giornalista, scrittore, 13 anni in Parlamento, cresciuto nel Psi e a L’Avanti, poi Repubblica, la Stampa, Giornale, ex pupillo di Eugenio Scalfari, ultrafan di Silvio Berlusconi (a un certo punto però coniò pensando a lui il termine «mignottocrazia» e gli diede del «Kim Il Sung» - poi hanno fatto pace), cronista di fiducia del Francesco Cossiga presidente della Repubblica, parlamentare di Forza Italia e presidente della commissione Mitrokhin, capace di iscriversi al Pli nel 2009 e di farsene cacciare, da vicesegretario, sei mesi dopo, è la dimostrazione di quanto l’esistenza possa essere fascinosamente insensata, specie in Italia, specie se si è incapaci di stare fermi. Latore appunto di litigi epocali, di plateali cambi di fronte (a un certo punto incarnò il principe dei voltagabbana), capace di grandi ossessioni (la Mitrokhin), polemiche insopportabili, strabilianti previsioni - dopo l’uscita del “Caimano” di Moretti, ad esempio, ebbe a dire: non finirà col golpe, finirà con il Grande Fratello. Oltre dieci anni dopo, Rocco Casalino avrebbe varcato il portone di Palazzo Chigi - adesso Guzzanti ostenta distacco dall’Italia («Mi sono abbonato a Sky australiana, è interessantissima»), anche se sta scrivendo un libro sulla destra italiana che però - tiene subito a dire - «è inesistente».
Ma in che senso?
«Non vedo politica. Non vedo un partito che abbia uno straccio di sogno da vendere, qualcosa che puzzi di novità, un’idea di società. Mentre dilaga tutto un linguaggio socio-psicologico, un secondo e terzo italiano fatto di variazioni su “resilienza”, “eco-compatibilità”, “sostenibilità”. E il politico attento per lo più a comporre dei pattern sensati, incrociando questi concetti. Tutto questo non ha alcun significato, soprattutto per gli elettori: non capiscono nulla, e non gliene importa. E, tragicamente, i politici, sono tutti contenti perché hanno composto ognuno la sua propria fetta di pattern. Mentre nessuno si assume il compito di dire come stanno le cose: prendiamo quel che accade coi novax, figli di un pessimo uso di tv e social, e di assenza della parte informativa. C’è un sacco di gente che non distingue tra microbo, batterio e virus, che crede il vaccino sia un farmaco. Ma questo “non sapere” è diventato ideologico, costituzionale: io ho diritto di dire quello che mi passa per la testa e se tu mi impedisci di farlo stai ledendo la mia libertàààà», (urla ispirato, ndr).
Sta parlando di Matteo Salvini?
«Di Salvini, e di Giorgia Meloni. È loro interesse che questa ignoranza sia florida. È una caratteristica di questa destra, fingersi libertaria. Hanno copiato tratti dei libertarians americani, quelli che siedono sotto il “porch” con la sedia a dondolo, la chitarra e il Winchester, e sparano al federale che tenta di avvicinarsi. Qualcosa che da noi non c’è, come del resto neanche l’amore per la libertà, che non fa parte dell’immaginario del nostro Paese: ma ha attecchito questo, il vezzo di gridare alla libertà conculcata».
Che cos’è la destra italiana oggi?
«Quando mi sarò letto il libro che devo ancora scrivere, ma che dovrei consegnare a breve, sarò più informato. La destra italiana oggi cerca di prendere un’allure antisistema dopo aver sperimentato che la resistenza all’Europa, il no euro, Bagnai, il complotto dei finanzieri, le banche, Lehman, il male, i soldi e quindi certo (sorride, ndr) il Papa dietro, lo sterco del demonio, insomma dopo aver visto che tutta questa linea gli è andata in fumo. L’Europa ha vinto, educatamente, ha messo Draghi alla guida dell’Italia. E nessuno ha fiatato. Neanche i responsabili, ha idea?».
I responsabili?
«Ma sì, quella massa che si agglutina sempre nelle Camere, composta da parlamentari che lasciano il proprio gruppo per andare nel misto, dove c’è la signora altoatesina e altri ruoli fissi».
C’è stato anche lei, no?
«Con Giorgio La Malfa, sì, ci siamo divertiti moltissimo. Comunque è là che un governo traballante manda, invariabilmente, i suoi emissari. Per avviare la trattativa (recitato, a mezza bocca, ndr): “Che me dai?”; “Che vòi?”; “A te, ti trovo la casa”; “Tua zia, la faccio assumere”, cose così. E, alla fine, i responsabili si prestano a mantenere in piedi il governo coi loro voti: “Per il bene supremo della Paaatria” (urla teatrale, ndr). Ecco, per al prima volta nella storia è successo che il capo del governo è andato dai responsabili, e quelli gli hanno detto di no».
Come è potuto succedere?
«Avranno capito che non c’era trippa per gatti. L’Europa invece ha detto: vi diamo duecento miliardi. E li ha affidati a un agente europeo: Mario Draghi. Il tutto è stato fatto in maniera vitalissima. Ha presente la Smorfia?»
La Smorfia?
«Il trio dove recitava Massimo Troisi. Matteo Renzi ha fatto come Lello Arena, nella Natività: “Annunciazione annunciazione. Tu Mari’, Mari’”. Ecco, il leader di Italia viva: “Annunciazione, annunciazione. Tu, Conte, Conte. Te ne vai, te ne vai”», (recitato, ndr).
Ed ecco Draghi.
«L’Italia è diventata una Repubblica presidenziale. Non adesso: ha cominciato dai tempi di Scalfaro. Oggi se Draghi andasse al Quirinale, metterebbe a Palazzo Chigi un cazzabbubbolo chiunque: nessuno saprebbe chi è, come accade in Francia».
Potrebbe andarci Berlusconi, al Colle?
«Parliamone, compagni. È un ragionamento: era una cosa impensabile, si è fatta pensabile. So che Letta ha un atteggiamento possibilista. Una serie di fatti, uno dopo l’altro, vanno in una direzione: la Corte di Strasburgo, che al ricorso di Berlusconi ha risposto chiedendo al governo italiano se è vero che un cittadino possa essere condannato da una legge retroattiva; le cose tremende dette da Luca Palamara, sul fatto che era pronto a buttare giù il Cavaliere, e il racconto di una giustizia in mano a un gruppo di giocatori di poker; tutte le accuse a Berlusconi, tranne quella che lo ha condannato, non hanno portato a niente. Adesso c’è anche la bocciatura del teorema Stato-mafia, con Marcello Dell’Utri scagionato. E Romano Prodi che riconosce di aver sbagliato, e che Helmut Kohl fece bene a portare Berlusconi nel Ppe. A voler mettere insieme i puntini, verrebbe fuori un quadro».
Berlusconi lo sa?
«Sta pubblicando dei bei saggi sui principi della democrazia liberale, un grande manifesto coerente, europeista, alla von der Leyen, che può andare bene».
Dieci anni fa lei disse che l’ipotesi di lui al Quirinale le faceva “orrore”.
«Era quando l’avevo mandato a quel paese perché stava dalla parte di Putin».
Ora è diverso.
«Fare presidente Berlusconi è un affare: metti al Colle un signore di 85 anni, malato, con quella storia, crei un momento di pausa in cui sani i trent’anni di guerra civile, fai una tecno-democrazia in cui spendi i fondi europei. E si chiude una fase».
Che effetto fa vederlo beatificare, dopo anni di anti-berlusconismo feroce?
«Beatificare? Ci andrei piano. Per anni è stato descritto, lui e di conseguenza tutti noi, come il capo di una banda di mascalzoni, puttanieri, ladri, legati alla mafia, a qualsiasi cosa. Questo trattamento globale, non solo suo, io l’ho sofferto sul piano personale. È stato un atteggiamento razziale. E ha portato a umori molto violenti, che si sono espressi in vari modi, fino a sfociare nel Movimento 5 Stelle, con Grillo che dice: “ringraziatemi perché canalizzo questa furia”. E ha portato, di conseguenza a un altro risultato: il vilipendio del Parlamento, che era un luogo sacro, ed è diventato una scatoletta di tonno, da deridere; popolato non più da rappresentanti del popolo ma da impiegati».
Dopo il berlusconismo il futuro del centrodestra è Salvini e Meloni?
«Non li amo affatto, ma purtroppo esistono, perché esistono italiani che in loro si riconoscono. C’è una forte domanda di quel tipo di reazione di pancia. Ma la Lega di Bossi era un progetto federalista, qui non c’è alcuna nobiltà: una volta che gli togli la questione degli immigrati clandestini, cosa altro c’è? Hanno preso questo atteggiamento, ipocrita, del “io sono vaccinato ma riconosco che uno può non vaccinarsi”, che poi spacca la Lega, come si vede da quel che dicono Giorgetti, Luca Zaia, gli industriali, che poi sono gente più moderata. Questa destra non ha un progetto non dico rivoluzionario, per carità, ma: che tipo di Paese vuole? Non c’è una identità».
È un contenitore vuoto?
«C’è di buono che non c’è più la destra fascista che c’era sempre stata. Mentre è interessante che Giorgia Meloni rappresenti la destra sociale, cioè quella fatta di gente del popolo, borgatari, Lumpenproletariat, al confine con le aree populiste dei cinque stelle. Il ventre molle di tipo fascista-sindacalista, sempre stato a destra. È lì che nasce Meloni e la sua forza. Questo però non riguarda Salvini, che ha fatto un partito nazionalista, in cui è molto buffo sentire un leghista che parla ciociaro o siciliano».
Sempre meno: molti lo stano lasciando.
«Salvini è come una mela. Basta aspettare, cadrà dall’albero. Mentre Meloni si fa guidare da una persona intelligente come Guido Crosetto che l’ha fatta iscrivere ai conservatori europei, ha un suo perché storico e una sua tradizione, Salvini che cosa altro ha se non gli immigrati? Mi pare coerente che Giancarlo Giorgetti approfondisca la faglia di rottura, e che dichiari che a Roma voterebbe Carlo Calenda - in ribellione alla scelta miserevole di Enrico Michetti».
Nel 1993 Berlusconi proprio parlando del Campidoglio disse che tra Fini e Rutelli avrebbe scelto Fini. Anche questo può essere l’annuncio di un nuovo centrodestra?
«Magari, lo spero. Vorrei un Paese con una normale destra, e sinistra».
Enrico Letta dice che sta tornando il bipolarismo, è d’accordo?
«Letta mi ha deluso: una persona molto civile, colta, preparata, ma angusto nella progettualità: dico ma un grande sogno, anche se poi non si avvera, ce l’hai? Ho trovato anomalo che questo Pd abbia parlato così poco dei licenziati e delle casse integrazioni e così tanto di diritti individuali e battaglie come il ddl Zan».
L’Era di Draghi aiuta una normalizzazione politica o la ostacola?
«Draghi è il segno di una epoca nuova, è l’uomo forte dell’Europa, rappresenta una novità complessiva nella quale il nostro Paese si trova in una posizione a quanto pare privilegiata: ce pijano sul serio, improvvisamente. Un uomo che si schiera molto, e che raccontano molto litigioso dietro a quel sorriso che non ha, in mezzo alla sua faccia da squalo: è un progetto sensato» (e qui Guzzanti riproduce, uguale, il sorriso di Draghi, ndr).
Vede leader politici all’orizzonte?
«Meloni ha capacità di leadership, che però non è autorevolezza. Di Letta abbiamo già detto».
Ci sarebbe Conte.
«I 5 Stelle sono il materiale di risulta derivato dalle tragedie degli ultimi cinquant’anni: c’è rimasto questo terriccio, mah».
E Renzi?
«Non pare avere ambizioni politiche che vadano oltre al 2 per cento ormai. Farà altro. Anche se Berlusconi lo considera una specie di suo figlioccio. Una volta mi disse : “Renzi è cresciuto con i miei programmi, ha visto le mie televisioni, ed è venuto su come un mio figlio” (imita la voce del Cavaliere, ndr). Peraltro, è esattamente ciò che non gli hanno perdonato nel Pd: si vedeva, benissimo».