Non menzionare neanche la violazione dei diritti umani, secondo alcuni, sarebbe stato persino più elegante, avendo evidentemente l'Europa del tutto rinunciato ad affrontare un tema così spinoso. Salta in ogni caso all'occhio la divaricazione tra la deriva autoritaria in piena azione in Turchia di Erdogan, con una sequela di aggressioni alle opposizioni e alla minoranza curda, tra arresti e richiesta di messa al bando del partito Hdp, e anche alle donne con l'uscita dalla Convenzione di Istanbul, e invece il breve capitolo dedicato alla questione, contenuto del dossier sui rapporti tra Ue e Turchia approvato dal Consiglio europeo di Bruxelles.
Una relazione, quella presentata dall'Alto rappresentante per gli esteri e la sicurezza Josep Borrell, che lascia decisamente ai margini una questione che pure si immaginerebbe imprescindibile. Un tema, quello del rispetto dei diritti umani, sul quale è più decisa la posizione espressa in questi giorni da Mario Draghi, e che ha ottenuto peraltro plauso bipartisan, dalla Lega al Pd: il premier è tornato a parlarne nella conferenza stampa post Consiglio europeo, quando ha raccontato che, parlando di Turchia, anche il presidente Usa Joe Biden abbia rimarcato «come ci siano alcuni valori, o meglio disvalori, che non condividiamo». Già mercoledì 24, davanti alle Camere, Draghi aveva dedicato un passaggio proprio allo stato dell'arte nel dialogo con Ankara, chiarendo che è opportuno sì «evitare iniziative divisive», visto il ruolo centrale che gioca negli equilibri transatlantici, «ma c'è l'esigenza di rispettare i diritti umani» e in particolare che «l'abbandono della Convenzione di Istanbul rappresenta un grave passo indietro», su un capitolo rispetto al quale «non si possono ammettere passi indietro». Una preoccupazione, questa, che il premier italiano aveva già espresso direttamente al presidente Erdogan, nel corso di quella che palazzo Chigi ha definito una «articolata conversazione telefonica».
Ecco, al confronto, l'indomita relazione sullo “Stato di avanzamento delle relazioni politiche, economiche e commerciali Ue-Turchia” di Borrell sembra fotografare un universo parallelo, soprattutto rispetto a quello descritto dalla cronaca. Secondo l'approccio pragmatico, tutto basato su relazioni commerciali e contenimento dei flussi migratori in ultimo proposto dalla Ue, la direzione è quella dell'apertura, sia pur cauta: si parla di «dinamica positiva» instaurata con l'interruzione delle perforazioni illegali nei fondali marini contesi del Mediterraneo orientale, si invita Ankara a proseguire sulla strada della ripresa dei colloqui bilaterali con la Grecia e del prossimo riavvio dei negoziati su Cipro sotto l'egida Onu; si parla di rilancio dei lavori per rafforzare l'unione doganale, si esprime «apprezzamento» per il fatto che la Turchia continui ad ospitare quattro milioni di profughi siriani, assicurando tutta l'assistenza possibile e anzi immaginando di rafforzarla.
Nelle stesse ore in cui si celebrava il Consiglio europeo – giusto per dire la sincronicità - da Istanbul veniva la notizia di altri 12 studenti arrestati per le manifestazioni contro la nomina del rettore dell'università Bogazici, e del rinvio a giudizio di altri 23 manifestanti arrestati in precedenza. Del resto, venerdì 19 marzo, la raffica di arresti ad Ankara e Istanbul di esponenti del partito filo curdo Hdp avveniva in coincidenza di una videoconferenza tra Ursula von der Leyen e Charles Michel con Erdogan.
A Bruxelles, dunque, questione dei diritti è il fanalino di coda del dossier Ue-Turchia, concentrato anzitutto sulla necessità di lavorare a un ulteriore miglioramento dei rapporti: «L'unione europea è pronta a impegnarsi in modo graduale, proporzionato e reversibile, per rafforzare la cooperazione e prendere ulteriori decisioni nel consiglio europeo di giugno», «a condizione che l'attuale riduzione dell'escalation sia sostenuta e che la Turchia impegni in modo costruttivo» recitano le conclusioni approvate dai leader europei. È questo l'obiettivo principale: evitare altre tensioni, così come la minaccia di temuta nuova crisi dei migranti che potrebbe destabilizzare le elezioni in Germania a fine settembre. Eccolo dunque, il breve paragrafo sui diritti. Che rimangono «una preoccupazione fondamentale» per i leader europei, i quali sottolineano come «la presa di mira dei partiti politici e dei media, e altre recenti decisioni, rappresentano importanti battute d'arresto per i diritti umani» e siano «contrari agli obblighi della Turchia di rispettare la democrazia».
I leader europei asseriscono che «il dialogo su tali questioni resta parte integrante delle relazioni Ue-Turchia», eppure nei giorni in cui il principale partito d'opposizione a Erdogan, l'Hdp, rischia la messa al bando, l'Alto rappresentante Ue per la politica estera e la sicurezza, Josep Borell parla di «slancio positivo» e «sviluppi positivi nell'ultimo mese».
Un atteggiamento del tutto opposto quello auspicato anche dagli eurodeputati S&D al parlamento europeo, che martedì avevano organizzato un presidio davanti all'ambasciata turca a Bruxelles per chiedere un intervento deciso. Un «messaggio forte e inequivocabile contro il criminale Erdogan», aveva chiesto l'organizzatrice. l'eurodeputata dem Pina Picierno che, intervenendo in Aula ha poi accostato i due fenomeni: «Da un lato c'è il rafforzamento dell'agenda positiva delle relazioni, dall'altra il cappio liberticida di Erdogan. Sembrano notizie diverse, ma inizio a pensare che siano correlate, perché migliori sono le relazioni tra il nostro continente e la Turchia, più la mano di Erdogan è libera per battere il pugno su libertà e i diritti». I sondaggi sfavorevoli al presidente turco nel paese che governa da 18 anni raccontano ancora un altro paradosso: Erdogan sembra più forte a Bruxelles che ad Ankara. E questo è un altro pezzo del puzzle che forse non troverà mai composizione.